Fisco, debiti a 1.270 miliardi. Corte dei Conti e Ufficio di bilancio gelano la Lega: bocciata la quinta rottamazione
La Lega puntava a trasformarla in un assist per spingere la proposta di una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali, la quinquies. Ma l’indagine conoscitiva sul magazzino fiscale in corso alla commissione Finanze del Senato non sta andando proprio come sperato. Le audizioni più “pesanti”, quelle di Ufficio parlamentare di bilancio e Corte dei Conti, hanno bocciato platealmente l’ennesima pace fiscale cara a Matteo Salvini sottolineando come le continue sanatorie incoraggino i contribuenti a evadere, comportino una perdita netta per lo Stato e non intacchino la montagna dei crediti non riscossi accumulati a partire dal 2000. Che al 31 gennaio 2025 è arrivata a un soffio dai 1.273 miliardi – contro i 954 di fine 2019 – dovuti da 21,7 milioni di contribuenti a cui fanno capo 291 milioni di singoli crediti. Valutazioni critiche, anche se più mirate, sono arrivate pure dal direttore generale Finanze del Mef Giovanni Spalletta. Mentre Alessandro Santoro, docente di Scienza delle Finanze alla Bicocca ed ex presidente della commissione che stima l’evasione fiscale, ha avvertito che “sparare nel mucchio” non differenziando l’accesso alla rottamazione in base alle caratteristiche dei contribuenti è una ricetta sicura per l’insuccesso in termini di gettito.
Il padrone di casa Massimo Garavaglia, che guida la commissione, non ha gradito e di fronte ai rilievi di Enrico Flaccadoro, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei conti, ha risposto che le “grida manzoniane” non servono a nulla, la riscossione non funziona (vero, e la riforma approvata dal governo lo scorso anno non promette di migliorare molto le cose) e le “simpaticissime sentenze” citate dal magistrato (un pronunciamento della Consulta contro ulteriori rottamazioni e stralci) lasciano il tempo che trovano. A causare malcontento è stato il lungo elenco di perplessità espresse da chi ogni anno tiene traccia del flop delle “definizioni agevolate” dei debiti fiscali: tutte le rottamazioni, aveva detto Flaccadoro, riducono la propensione dei cittadini a pagare spontaneamente, distolgono i funzionari dalle attività necessarie per la riscossione ordinaria e, a differenza di quanto ripetuto da Salvini, comportano effetti negativi per l’erario. Risultato a cui contribuiscono il superlavoro a cui sottopongono l’Agenzia delle Entrate Riscossione, costretta a fare le veci di una finanziaria che fa credito a debitori senza garanzie, la rinuncia a interessi e aggio e la tendenza di chi aderisce a pagare solo qualche rata per poi inabissarsi: vizio che la rottamazione quinquies nella forma proposta da Massimiliano Romeo incoraggerebbe considerato che consente di spalmare il dovuto su ben 120 rate.
Critiche identiche a quelle che in mattinata ha espresso la consigliera dell’Upb Valeria De Bonis, aggiungendo che “non vanno trascurati gli effetti che queste misure hanno sull’equità complessiva del sistema fiscale” visto che in assenza di una vera selezione in base alle disponibilità economiche “i contribuenti che beneficiano di forme di definizione agevolata o annullamento dei debiti non sono necessariamente soggetti con minore capacità contributiva rispetto a chi paga regolarmente le imposte e a chi, dopo aver ricevuto una cartella, paga l’intero importo richiesto senza attendere future forme di agevolazione”. Il rappresentante del Mef a sua volta ha ricordato gli “inevitabili riflessi sui conti pubblici” – stime informali parlano della necessità di coperture per 5 miliardi – e criticato molti aspetti del ddl a prima firma Romeo: dalla lunghezza eccessiva della rateazione per debiti di piccolo importo alla mancata previsione degli interessi, passando per la decadenza dal beneficio solo dopo il mancato versamento di otto rate che “potrebbe compromettere la tempestività e l’efficacia delle azioni di recupero coatto dell’Agente della riscossione”.
Morale: una quinta rottamazione senza paletti è l’ultima cosa di cui ha bisogno il debolissimo sistema che dovrebbe imporre ai contribuenti di saldare il dovuto se non l’hanno fatto spontaneamente. Le performance attuali sono disarmanti: ogni anno il nuovo carico affidato alla Riscossione ammonta a circa 80 miliardi che derivano per il 35,12% dall’attività di liquidazione automatizzata delle dichiarazioni e solo per il 34,4% da attività di accertamento sostanziale, segno – ha evidenziato Massimo Romano, ex consigliere della Corte dei Conti e primo direttore dell’Agenzia delle Entrate – di una patologia per cui è ormai usuale presentare la dichiarazione ma non sognarsi nemmeno di pagare le tasse che ne risultano. A quel punto l’amministrazione è in condizione di fare ben poco: tra 2000 e 2024 il tasso di riscossione, ha sottolineato Spalletta, si è fermato sotto il 10%, “sicché i carichi riscossi sono meno della metà di quelli annullati (22,5%)”. Il rapporto tra debiti non riscossi a fine anno e gettito fiscale annuale, ha ricordato De Bonis, è secondo solo a quello della Grecia. Così il magazzino continua a gonfiarsi, complici appunto “i fenomeni di inadempimento potenzialmente alimentati dalle ripetute rottamazioni, annullamenti, stralci e dilazioni, che rafforzano le aspettative di futuri abbattimenti o cancellazioni o rateazioni”, ha messo il dito nella piaga la Corte dei Conti.
Tutti concordi sul fatto che per uscirne serva, dopo aver deciso come smaltire il magazzino pregresso, investire su personale con competenze specialistiche, ridurre i limiti di intervento dell’agente della riscossione come le restrizioni alla pignorabilità e puntare su un utilizzo massiccio delle banche dati a disposizione dell’amministrazione per intervenire ex ante analizzando il rischio di mancato pagamento ed ex post valutando la probabilità di riscossione in base alle caratteristiche del debito e del debitore. Indicazioni che il governo Meloni fin qui ha seguito solo in minima parte. La riforma varata nel 2024 ha affidato a una commissione ad hoc guidata da Roberto Benedetti, presidente di sezione della Corte dei conti a riposo, il compito di suggerire le possibili soluzioni per il discarico del magazzino: il responso dovrebbe arrivare entro l’autunno ma lo stesso Benedetti, in audizione, ha fatto presente la difficoltà di ottenere da AdER i dati di dettaglio necessari.
Per il futuro si è stabilito invece il discarico automatico dei debiti non riscossi dopo cinque anni dall’affidamento e una pianificazione della riscossione solo in base a “logiche di raggruppamento dei crediti per codice fiscale”. L’atto di indirizzo del titolare del Mef approvato lo scorso gennaio aggiunge che “si dovrà agire secondo una logica di risultato, indirizzando l’attività prioritariamente verso i crediti con maggiori possibilità di incasso e sfruttando anche i dati e le informazioni a disposizione dell’agente della riscossione nelle varie banche dati”, principio benvenuto ma non inserito nella riforma. Anche quando i suggerimenti degli addetti ai lavori sono stati in apparenza recepiti, l’attuazione non si è vista: per esempio, come ha fatto presente Flaccadoro, la norma inserita nella legge di Bilancio 2024 per consentire al fisco di sapere quanti soldi ci sono sui conti dei debitori e procedere col pignoramento a ragion veduta è stata confermata nonostante i mal di pancia della maggioranza. Ma il ministero non ha mai scritto i decreti attuativi: a più di un anno dall’entrata in vigore è lettera morta.
Source link