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Firenze, operato da bambino per un tumore che non aveva, rimane invalido. Risarcimento da 3,7 milioni alla famiglia

Un errore diagnostico drammatico e due interventi neurochirurgici invasivi su un bimbo che, in realtà, non aveva il tumore che i medici volevano operare. Oggi quel bambino ha 16 anni, ma vive in stato vegetale, tetraplegico, con un’aspettativa di vita che – secondo i periti – non supererà i 40 anni.

Tutto ha avuto inizio più di dieci anni fa, come ricostruisce Il Tirreno. Il piccolo, affetto da epilessia, era stato colpito da un’encefalite erpetica. Ma tra il 2010 e il 2013, per ben due volte, i medici che lo ebbero in cura all’ospedale Meyer di Firenze interpretarono i segni lasciati dall’infezione come una neoplasia cerebrale, un tumore. Lo operarono due volte: la prima quando aveva appena un anno, la seconda a quattro anni. Interventi che la consulenza medico-legale ha definito «distruttivi» e «superficiali», ed evitabili con una terapia farmacologica.

Secondo la perizia condivisa dal Tribunale, «l’ipotesi errata di una natura tumorale della lesione cistica» portò i medici a intervenire «mentre non fu presa in minima considerazione l’ipotesi che potesse trattarsi di un esito della pregressa encefalite erpetica». Un errore di valutazione che, aggiungono i consulenti, poteva essere evitato con «un appropriato raccordo anamnestico e strumentale», cioè tenendo conto dei precedenti clinici del bambino e dei risultati di elettroencefalogramma e risonanze magnetiche già eseguite.

La svolta arriva con la sentenza del giudice Roberto Monteverde, che ha condannato l’ospedale Meyer a risarcire con oltre 3,7 milioni di euro il ragazzo, i genitori e il fratello maggiore, assistiti dagli avvocati Mauro Cini e Maria Grazia Pisanu di Prato. Il calcolo del danno comprende non solo le conseguenze dirette sul bambino, ma anche il cosiddetto «danno riflesso» ai familiari, costretti a rinunciare «a una normalità e serenità nei rapporti quotidiani» con il loro secondogenito, segnato a vita dagli errori sanitari.

Il punto più grave, secondo la consulenza tecnica d’ufficio, riguarda il secondo intervento. Durante il ricovero in Neurologia pediatrica nell’aprile 2012, i medici «pur prendendo atto dell’esame istologico relativo al materiale chirurgico prelevato in occasione dell’intervento di asportazione della lesione del polo temporale sinistro, dimostrativo di esiti di encefalite, inspiegabilmente esclusero ancora una volta una probabile correlazione con la pregressa encefalite e programmarono invece un nuovo intervento neurochirurgico di craniotomia».


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