Fields Become Sky: Antico inglese in autotune per un Medioevo futuribile :: Le Recensioni di OndaRock
L’Anglia orientale, regione dell’Inghilterra comprendente le attuali contee di Norfolk e di Suffolk, fu sede tra il sesto e l’ottavo secolo dopo Cristo di uno dei più potenti regni anglosassoni altomedievali. La violinista e compositrice britannica Lara Agar si è da tempo installata a Londra, mentre il sound artist, compositore e musicologo Louis d’Heudières, nato in Francia, adesso vive ad Amburgo, ma entrambi hanno trascorso l’infanzia in quella terra rurale adagiata lungo il Mare del Nord. E nel dar vita al progetto Monasunne, di cui questo “Fields Become Sky” rappresenta il primo parto discografico, hanno voluto riconnettersi con la cultura ancestrale dei popoli germanici che hanno gettato i semi dell’identità inglese moderna sui territori precedentemente dominati dall’Impero Romano. Per farlo, i due si sono alleati per scuotere dalla polvere dei secoli testi poetici in antico inglese, ricchi di considerazioni sulla spiritualità, sulla transitorietà della vita, sulla morte, e per cantarli su un paesaggio musicale del tutto sui generis: come situati in un eone alternativo, i suoni delle loro composizioni paiono dapprima provenire da millenni remoti, un attimo dopo sembrano sgorgare da macchine futuribili.
Se questi accostamenti già non bastassero a dare una misura dell’originalità di “Fields Become Sky”, un ulteriore coup de théatre attende l’ascoltatore già nella prima traccia. Dopo sintetizzatori afasici e balbuzie di violino, a due terzi di “Wundrian” assistiamo al coagularsi di un nugolo di archi dissonanti e di bassi digitali, su cui si libra un canto alieno in autotune. Si svela così una delle intuizioni fulminanti di Agar e d’Heudières: prendere uno degli espedienti più abusati della musica pop degli ultimi venticinque anni e farne uno strumento di spaesamento, con cui suggerire invocazioni medianiche proprie di epoche ignote.
Da qui in poi, la parata di sorprese non si ferma. “Cnidae” lancia clavicembali stonati su formicolii di sonagli metallici e tastiere sguscianti, mentre recitativi à la Laurie Anderson vengono disturbati da cut-up vocali figli delle pratiche ASMR di Felicia Atkinson. Non appena le voci maschile e femminile congiunte si innalzano sulla sotterranea pulsazione cardiaca di “Even Now My Heart Journeys Beyond Its Confines”, il connubio tra fonemi nordici e incedere rituale rievoca la glaciale ferocia dei fratelli Olof e Karin Dreijer (ovvero i Knife) nei momenti più astratti di “Shaking The Habitual”. Eppure, una postura più ieratica, i contrappunti robotici e le interferenze glitch ci rammentano che la natura della musica qui contenuta è diversa.
Nel lied straniante di “Under Heaven”, il violino, una volta liberatosi a fatica da sabbie mobili computerizzate, riesce perfino a intonare delle frasi melodiche riconoscibili, ma “Changeling” elimina di nuovo tutti i punti di riferimento: scivolando pericolosamente su sdrucciolevoli pendenze microtonali, i soliloqui disumanizzati degli epocali primi due brani di “Kid A” vengono trasformati in assolo free-jazz, poi un mesto organo sintetico si ritrova da solo ad effettuare una ricognizione della superficie lunare. Spetta quindi a “Ever May You Fade” il compito di mettere in scena un duetto tra archi e disturbi fruscianti, in mezzo al quale la voce tenta di intonare una ninna nanna, giocando con la propria ombra deformata e con carillon gelatinosi.
Si arriva dunque al viaggio astrale conclusivo, dalla durata di più di nove minuti, di “Bear Must Haunt The Heath, Dart Be Held In Hand”. Un’introduzione affidata a uno spaventoso gorgo in reverse ci risucchia inesorabilmente verso un passato che appare ancora più lontano di quello da cui provengono i testi del disco: all’affiorare un albeggiare celtico di archi, ci si rende conto di essersi spinti ben più a ritroso degli anglosassoni, ben più a ritroso dei romani; e quando si aggiunge un canto sciamanico distorto dall’elettronica, si è trasportati ancora più indietro nel tempo, a vagheggiare di notti neolitiche al chiarore delle stelle, forse al cospetto dei megaliti di Stonehenge. Il tutto si spegne prima in una lunga sinfonia di droni, poi nel rugginoso rumore di fondo di sintetizzatori alla deriva. A quali riferimenti può aggrapparsi, in questa regressione primordiale, un ascoltatore formatosi sul rock e sulla psichedelia? Magari al Ligeti popolarizzato in era hippie dalla celebre sequenza conclusiva dell’Odissea kubrickiana, o alle partiture più ermetiche dei Rachel’s.
In tempi recenti, forse solo il Roly Porter di “Kistvaen” ha tentato un’operazione di analoga portata. Ma laddove il bristoliano ex-pioniere del dubstep ingloba sepolcrali lamentazioni preistoriche in colossali infrastrutture dark-ambient, Agar e d’Heudières pervengono con mirabile senso della sintesi (poco più di trenta minuti totali) a una forma di art-song atemporale, dove il Medioevo e la fantascienza si toccano in una torsione impossibile. Per inebriarci, ascolto dopo ascolto, di incredulità sacrale.
11/12/2025




