Economia

Fertilizzanti a rischio, agricoltura in allerta

La crisi nello Stretto di Hormuz non colpisce solo petrolio e gas, ma si estende alle filiere industriali, dalla plastica all’alluminio, fino ai fertilizzanti, con impatti diretti sull’agricoltura. Su quest’ultimo fronte, Rystad Energy rileva che il 15% del commercio globale di ammoniaca e il 21% dell’urea – fertilizzante ad alto contenuto di azoto – sono legati a esportatori potenzialmente colpiti dalla chiusura dello Stretto, tra cui Arabia Saudita e Qatar, seguiti da Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Iran e Iraq.

Il rischio è quello di un effetto a catena su un mercato già fragile. Dopo l’invasione dell’Ucraina, infatti, il sistema dei fertilizzanti ha subito una riduzione dell’offerta e una forte volatilità dei prezzi: la Russia resta un attore rilevante (circa il 5% del commercio globale di ammoniaca e il 15% delle esportazioni di urea), ma le tensioni geopolitiche, le sanzioni e le interruzioni logistiche hanno reso più instabili i flussi commerciali.

I dati di mercato dicono che il commercio globale di ammoniaca si è attestato a 10,9 milioni di tonnellate nel 2025, in calo rispetto ai 12,3 milioni dell’anno precedente, e circa il 15% risulta esposto a una chiusura prolungata dello Stretto. Per l’urea, il quadro è ancora più critico: su 50,8 milioni di tonnellate scambiate a livello globale, circa 10,6 milioni provengono dai Paesi potenzialmente colpiti, con 2,2 milioni destinate all’India.

Ammoniaca, gli impatti sul commercio e i flussi di importazione

Ammoniaca, gli impatti sul commercio e i flussi di importazione 

L’Asia è il primo punto di impatto della crisi dei fertilizzanti. L’India ne importa tra il 6% e l’8% dai Paesi del Golfo, risultando tra i mercati più esposti. Altri importatori rilevanti sono Corea del Sud, Thailandia e Australia. Anche Stati Uniti e Brasile dipendono in misura significativa dall’urea proveniente dalla regione, mentre i mercati secondari legati alle riesportazioni amplificano ulteriormente gli effetti.

I principali importatori, in particolare India e Corea del Sud, dovranno trovare forniture alternative per soddisfare la domanda di ammoniaca. Ma le opzioni nel breve periodo sono limitate. I produttori con asset in altre aree possono aumentare l’offerta, ma spesso operano in contesti con costi più elevati – come in Europa – con ricadute dirette sui prezzi alimentari e possibili pressioni inflattive.

Urea, gli impatti sul commercio e i flussi di importazione

Urea, gli impatti sul commercio e i flussi di importazione 

Nel medio periodo, una possibile alternativa è rappresentata dall’ammoniaca “green” o elettrolitica, prodotta da fonti rinnovabili e quindi meno dipendente dai combustibili fossili. Una soluzione già emersa dopo l’invasione dell’Ucraina, ma con risultati finora limitati. I costi restano generalmente più alti, anche se alcune recenti gare in India indicano prezzi vicini alla parità con l’ammoniaca tradizionale. Diversi accordi di fornitura stanno prendendo forma – tra cui quelli tra Uniper e AM Green per forniture dall’India all’Europa, o tra Yara e ATOME in Uruguay – ma sono di lungo termine (offtake): i volumi significativi sono attesi solo intorno al 2030.


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