Politica

Femminicidio Anguillara: non è follia improvvisa, ma una psicopatologia complessa

di Sabrina Rossi, psicologa e psicoterapeuta

All’inizio del 2026, Anguillara Sabazia è diventata un nuovo nome nella lunga lista dei femminicidi. Federica Torzullo aveva 41 anni. È stata uccisa dal marito nella sua casa. Dopo ogni femminicidio torna la stessa domanda: era malato di mente?

Nel senso comune la risposta oscilla sempre tra due estremi: o “pazzo” o “normale”. Ma è un’alternativa falsa, che semplifica e nasconde. La sofferenza mentale non si presenta solo come deliri e allucinazioni evidenti. Esistono funzionamenti psichici gravi, privi di sintomi psicotici eclatanti, che alterano il rapporto con l’altro e diventano riconoscibili solo nell’agito violento. Se vogliamo usare correttamente la parola malattia mentale, dobbiamo spostarla dal “raptus” alla struttura psichica.

Molti femminicidi non nascono da una follia improvvisa, ma da funzionamenti mentali rigidi e fragili: bisogno di controllo, gelosia patologica, dipendenza affettiva, incapacità di tollerare la separazione. Non sono mostri isolati né uomini “normali” colti da un momento di pazzia, ma soggetti con un equilibrio interno precario, che crolla quando l’altro prova a sottrarsi.

Qui la patologia non è una psicosi manifesta, ma una mente lucida e formalmente organizzata che perde il contatto emotivo con la realtà dell’altro e lo riduce a oggetto di regolazione interna. Quando una donna prova a separarsi questo non è vissuto come un dolore da elaborare, ma come una minaccia intollerabile alla propria tenuta psichica, come se venisse meno un pezzo di sé: è lì che la violenza diventa possibile.

Carlomagno dice di aver ucciso perché “aveva paura di perdere suo figlio”: questa è una scorciatoia che consola, ma non spiega. Milioni di genitori ogni giorno temono di perdere un figlio, soffrono, chiedono aiuto, affrontano tribunali e separazioni: non uccidono.

Quella frase non racconta la causa dell’omicidio: racconta solo il tentativo di rendere il gesto dicibile, presentabile, narrabile, dando una motivazione “razionale” a una dinamica psichica distruttiva molto più profonda.

In questi casi le funzioni cognitive restano integre: il soggetto pensa e agisce in modo lucido e organizzato. Ma le funzioni affettive sono dissociate: non c’è empatia, non c’è colpa, non c’è vero contatto affettivo con l’altro, che viene ridotto a oggetto o a minaccia. È come se la persona agisse dentro un vuoto emotivo: sa cosa sta facendo, ma non sente davvero chi sta colpendo. L’altro non è più percepito come un essere umano, ma come un ostacolo da eliminare per ristabilire un equilibrio interno. È una violenza che parla di un rapporto già malato, non di una crisi improvvisa.

Il vero nucleo psicopatologico non è nella “paura di perdere il figlio”, ma nella confusione tra amore e possesso. In un rapporto sano l’altro è riconosciuto come persona autonoma, quindi libero di andarsene. In un rapporto malato l’altro è vissuto come una proprietà, un’estensione di sé, una garanzia di stabilità interna.

Quando questa “proprietà” minaccia di andarsene, non si attiva solo il dolore della perdita, ma un vissuto di crollo identitario. È in questo punto che la violenza diventa possibile: non perché l’amore sia troppo grande, ma perché l’amore è già finito ed è rimasto solo il
dominio.

Qui non siamo davanti a una gelosia eccessiva, ma a un funzionamento psicopatologico in cui il legame non è più un rapporto tra due soggetti, ma un sistema di controllo su un oggetto. Rifiutarsi di parlare di malattia mentale per paura di “assolvere” l’omicida è un errore culturale grave. Significa rinunciare a capire le dinamiche profonde della violenza e quindi a prevenirla.

Parlare di dinamiche mentali serve a riconoscere i segnali, smontare narrazioni tossiche e intervenire prima che il controllo diventi violenza, per proteggere le donne prima che sia troppo tardi.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »