Federico Pontiggia in esclusiva a Cineblog: “Oscar molto dispendiosi, all’Italia manca un cronoprogramma. I talenti ci sono, vanno valorizzati”
Gli Oscar alle spalle e i prossimi David di Donatello permettono un momento di riflessione, in cui occorre guardare che tipo di direzione sta prendendo il cinema internazionale per determinare anche il futuro prossimo – in termini di settima arte – dell’Italia. Un Paese che ha bisogno di nuove certezze, magari già ce le ha. Vanno soltanto riscoperte, per farlo serve l’occhio di qualcuno che il cinema lo conosce davvero perchè lo racconta – e lo vive – da anni a stretto contatto con i protagonisti. E magari trova anche tempo e modo di capire che aria tira, aggirarsi fra i red carpet e le anteprime non vuol dire soltanto catturare le dichiarazioni più importanti.
Significa, oggi, cercare di comprendere l’atmosfera. Se c’è ancora tempo e spazio per dare la giusta dimensione a un’opera, a un contesto e quindi anche alle produzioni. Tutto questo (e anche di più) Cineblog lo ha affrontato con un professionista della critica cinematografica: Federico Pontiggia. Un nome che, per molti, è una garanzia anche perchè riesce – quando c’è bisogno – a non fare sconti a nessuno. Parla e scrive di settima arte da tempo, più di 20 anni, che bastano per capire dove si arriverà a livello cinematografico ma anche (e in particolare) a livello cultura.
Federico Pontiggia a Cineblog: “Dagli Oscar un segnale chiaro che sacrifica la pluralità di contenuto”
Il cinema, infatti, è cultura ed è per questo che un tipo di pluralità e fruizione passa anche dai film che si possono e, in qualche maniera, si devono fare. Pontiggia cerca di spiegarlo, narrarlo e scriverlo a quello che è un seguito sempre più nutrito di persone tra l’attività di cronista e critico che svolge per Cinematografo, poi lo leggiamo anche sul Fatto Quotidiano e in televisione è presente su MovieMag accanto a Melissa Greta Marchetto.

In Rai, per restare in tema, ha commentato recentemente anche gli Oscar accanto ad Alberto Matano e un nutrito parterre di ospiti e colleghi. Ora, a Cineblog, ha cercato di fare il punto della situazione: un check-up completo sullo stato di salute del cinema italiano e internazionale. Aspettando un futuro sempre più prossimo fra certezze e qualche sorpresa. A partire proprio dal futuro editoriale della figura di critico cinematografico che potrebbe, secondo Pontiggia, subire inevitabili trasformazioni.
Oscar 2026: cosa resta
Sono stati Oscar molto particolari, prima di concentrarci sui film, cosa ne pensa della tendenza che sta prendendo piede: sempre meno opere si contendono più premi, questa propensione a cosa è dovuta?
“Dipende dalla dispensiosità delle campagne stesse, quindi gli Stusios e le campagne di produzione e distribuzione si concentrano su pochi titoli che diventano i frontrunner. Questo porta a un secondo problema: proprio perchè le campagne Oscar sono molto dispendiose la pluralità viene sacrificata, questo diventa peculiare a dispetto della Democrazia della visione. Il successivo mancato accesso a una pluralità, a una varietà e quindi a una eterogeneità auspicabile. D’altra parte il panorama americano è cambiato profondamente: si producono intenzionalmente sempre meno film che abbiano, poi, la possibilità concreta di concorrere agli Oscar. Sono film o di grandi autori o anche di altre autorialità forti e riconosciute, pensiamo a Ryan Coogler, che abbracciano generi diversi come horror e fantastorico”.
La ribalta dell’horror
Gli horror hanno preso la scena. Anche in questo caso è una questione di paradigmi e prospettive o puramente tecnica?
“Credo che entrambe le suggestioni poste siano interessanti e, appunto, convalidate dalla realtà. Certamente l’horror, se ibridato con altre forme, da genere toutcour è diventato spesso un registro. Quindi una licenza di narrazione che possiamo trovare in un film per sostenere l’autodeterminazione e stigmatizzare il suprematismo bianco con la riduzione in schiavitù. Contemporaneamente l’horror rappresenta il precipitato del mondo là fuori. Dunque ritrovarlo sullo schermo, sebbene in maniera assolutamente paradossale, convoglia una certa rassicurazione perchè rispetto a quello che accade di cruento, devastante, terribile del mondo là fuori, l’horror sullo schermo che rispetta dei canoni con una certa prevedibilità interna è veicolo di certezza. Non è un male minore rispetto alla realtà, ma piuttosto un farmaco come panacea di tutti i mali. La tensione emotiva che ha anche uno scioglimento rispetto alle brutture e alle disforie del mondo fuori. L’horror, oggi, anziché assumere l’onere e l’onore del brivido, diventa più un thriller”.
Paul Thomas Anderson, molto più di una rivincita
Veniamo al significato dei premi: si può dire che la vittoria di Paul Thomas Anderson è molto più di una semplice rivincita personale del regista?
“Questo sicuramente. Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non originale: queste tre statuette se le tiene nel suo bagno (ride ndr). La cosa strana, fino a un certo punto, per come funziona poi la compensazione delle premiazioni a Hollywood, Anderson arrivava al Dolby Theatre quest’anno con 11 nomination mai trasformate. Quest’anno ne ha prese 3. Quindi da zero a tre in una sola notte. Questo perchè, dobbiamo ricordare, i Premi Oscar sono diventati essenzialmente dei premi alla carriera. Non necessariamente distinguono il valore di quel singolo film, ma celebrano la levatura di un regista o un interprete. A un certo punto Hollywood decide: “È arrivato il momento di premiarlo”. Questo è accaduto per Martin Scorsese, premiato con The Departed che non è sicuramente il suo film migliore alla regia, o Di Caprio 10 anni fa con The Revenant. Quella che sicuramente non è la sua opera migliore. Sfido chiunque, pur avendo moderatamente apprezzato Una Battaglia dopo l’altra, a considerarlo superiore a Magnolia o al Filo Nascosto. Semplicemente questo era il suo anno e così è stato. Il budget per la campagna Oscar è sensibile a determinati elementi, dobbiamo darlo quasi per scontato rispetto ai verdetti degli Oscar. Se non ci fosse stato un budget che dovrebbe essersi aggirato attorno ai 16 milioni sia per Una Battaglia dopo l’altra che per Sinners. Entrambi da notare targati Warner Bros. Il canto del cigno di questa azienda di fronte all’incipiente acquisizione di Paramount”.
Timothée Chalamet e l’ufficio stampa: quanto conta la reputazione
Timothée Chalamet incassa una sonora sconfitta se così si può definire: i motivi di questo flop a cosa sono dovuti? È l’America incapace di creare nuovi miti oppure ne crea troppi in tempo record?
“Secondo me, in questo caso, il valore attoriale di Timothée Chalamet esce integro: non consunto. Basti pensare che, subito dopo gli Oscar, usciva il trailer di Dune 3 che sarà uno dei titoli più attesi di questa nuova stagione. L’attore ha pagato forse una scarsa simpatia da parte dei suoi stessi colleghi e, poi, il fatto di aver sostenuto una campagna per Marty Supreme troppo mutuata. Senza una luce al suo interno che distinguesse la persona dal personaggio. Quindi una campagna un po’ da “bulletto” che, alla fine, gli si è rivoltata contro. Fatte salve queste necessarie precisazioni, va ricordato come Chalamet alla sua tenera età di trentenne abbia già avuto 3 nomination agli Oscar. Come un certo Marlon Brando. Il suo valore è indiscutibile. Fossi in lui, cambierei ufficio stampa. È la più grande star della sua generazione, ma deve gestire la comunicazione leggermente meglio. Farsi assistere meglio da agenti, ufficio stampa e collaboratori”.
Il cinema italiano e la campagna Oscar
Passiamo a parlare del cinema italiano: si dice spesso che il sistema non venga sostenuto e valorizzato abbastanza, cosa manca (oltre l’aspetto economico) per fare il salto di qualità?
“Manca un cronoprogramma della campagna Oscar. Quest’anno ho partecipato alla designazione del titolo italiano nella corsa agli Oscar presso l’Anica: è stato individuato un film, Familia di Francesco Costabile, che all’epoca della nostra designazione non aveva ancora una distribuzione americana. Queste sono scelte che, purtroppo, non pagano e si pagano. Quindi va istituito presso il Ministero con l’Anica e tutti un cronoprogramma della designazione e del sostegno a questi film. Altrimenti succede quello che è accaduto quest’anno: di Italia si è parlato solo nell’In Memoriam, con Claudia Cardinale, e l’unica altra presenza è stata nella categoria canzone originale un documentario Viva Verdi ambientato nella casa di riposo per musicisti della Fondazione Giuseppe Verdi. Questo vuol dire, in estrema sintesi, che il cinema italiano a livello internazionale ha una prospettiva che va da casa di riposo o campo santo. Fate voi (ride ndr)”.
Streaming e nuove generazioni
L’avvento dello streaming è più croce o delizia?
“Credo che oggi come oggi lo streaming non pregiudichi alcun valore. Se esiste un valore reale dell’opera la ribattuta in sala c’è: pensiamo, per esempio, a Esterno Notte di Marco Bellocchio per restare alle nostre latitudini con nomi ugualmente altisonanti oppure L’Arte della Gioia, uscito anch’esso in due parti, di Valeria Golino, e poi protagonisti entrambi ai premi nazionali. Esistono poi casi limite, comunque emblematici, come quello di Carlo Verdone. Da sempre amante della sala che, poi, esce in streaming. Lui manca dai cinema dirla tutta da Benedetta Follia del 2018, poi c’è stato il Covid ed è stato siglato un accordo quadro con Filmauro che ha contemplato le quattro stagioni di Vita da Carlo e successivamente l’uscita su piattaforma di questo Scuola di Seduzione”.
Gipo Fasano e gli altri: chi sono i nuovi talenti alla regia
Dei giovani registi in circolazione (sia uomini che donne) ce n’è qualcuno sottovalutato e, se sì, chi è?
“Credo che noi abbiamo molti talenti in questo senso. Più che sottovalutati, sono personalità da valorizzare. I talenti esistono penso a Gipo Fasano, Lorenzo Quagliozzi, Tommaso Santambrogio oppure uno dei talenti più cristallini, anche premi alla mano, come Alice Rohrwacher che per quanto riguarda le nostre latitudini invera quell’espressione trita e ritrita, ma non priva di significato, che è nemo profeta in patria. Insomma i talenti ci sono, penso ancora a Laura Samani o a una Carolina Cavalli. Dobbiamo stare attenti da un lato a non idolatrarli eccessivamente; a non accogliere il miracolo a ogni film di questi, dall’altro a non farsi sfuggire i lavori più interessanti. Nell’ultima stagione il successo di un’opera come Le città della pianura di Francesco Sossai ha detto – in termini di distinzione – che conta un valore autoriale inequivocabile. Consiglio di vedere anche l’opera prima Altri Cannibali. Le premesse e le promesse ci sono sta a noi mantenerle, attraverso anche un principio ineludibile: concediamo a questi artisti la possibilità salvifica di sbagliare e scoprirsi senza pressione addosso. Senza errore non c’è guadagno. Permettersi errori anche a caro prezzo nel cinema vuol dire costruire un valore ulteriore che poi ti porti dietro”.
La settima arte in tv
Lei ha portato il dibattito cinematografico in televisione: è ancora possibile farlo con continuità oppure ormai il dibattito sulla settima arte si sta spostando sui social?
“Questa è una transizione che sta avvenendo (se non è già avvenuta), però mi piace ricordare come MovieMag – la trasmissione di RaiCultura a cui partecipo e condotta da Melissa Greta Marchetto – compia quest’anno 10 anni. Io ci sono dal primo anno e credo che RaiMovie, che la trasmette in prima battuta, poi va anche su Rai5 e su Rai3, sia l’alveo di un’informazione cinematografica non peregrina che sostiene il nostro cinema non un assenso aprioristico, ma cercando di convogliare una sorta di consenso. Fatto non in termini di acritica, ma in termini di informazione. Quello che manca, spesso, al nostro cinema è l’informazione correlata. MovieMag fa questo, poi il dibattito si sta spostando sui social con un’avvertenza: spesso i social sono la culla della semplificazione e della banalizzazione. Qualitativamente l’informazione cinematografica social è decisamente peggio. I social personalmente li uso poco, non ho una fruizione particolare. Nutro anche un mal celato disprezzo per i content creator come categoria in genere e poi mi piace ricordare questa massima: l’influencer è una persona pagata per dire che una cosa è bella, il critico è una persona pagata per dire SE una cosa è bella. In questo sottile cambiamento c’è tutta la differenza possibile. Dietro c’è un mondo e, per quanto mi riguarda, anche una dignità”.
I David di Donatello e il futuro della critica cinematografica
Che David di Donatello saranno?
“Io spero che venga distinto il valore del film più importante della passata stagione che è Le città della pianura di Francesco Sossai. Mi auguro questo. Già non lo abbiamo mandato agli Oscar, non facciamo un secondo errore”.
Lei poco tempo fa su X ha scritto: “Fidatemi di me, un po’ ne so. Il mercato editoriale cinematografico è saturo: tra 5 anni non starò più facendo questo lavoro”. È ancora convinto di ciò e come si vede, a questo punto, tra 5 anni?
“Io temo purtroppo che sia così. Ricordo anche che sono un grande cuoco, quindi ho già un piano B, ma davvero quello editoriale (pensiamo anche alla recentissima chiusura di Ciak) è un mercato devastato purtroppo. Questo mi dispiace davvero doverlo sottolineare: la figura del critico cinematografico, da professione retribuita, passerà ad essere una competenza diffusa. Ci sarà un passaggio da un fare a un sapere senza effettive ricadute occupazionali. Personalmente per fare questo lavoro mi sono laureato nel 2003, ho iniziato a farlo in forma professionale due anni dopo, sono stati vent’anni complessi ma comunque su un pendio che sta andando sempre più giù. Una discesa nemmeno così controllata. Tra 5 anni mi vedo a fare il cuoco o, anche meglio, spero che mi si pigli una donna facoltosa che mi dica stai a casa e scrivi le tue cose e al resto penso io. Questo è un tipo di situazione che subirei con favore (ride ndr)”.




