Faust – Ungebunden + Gugaruz + MOI + Fliegen Lernen
Una nuova pagina nella storia della musica underground.
Mettetevi comodi. Prendete le vostre cuffie migliori. Cominciate il viaggio in compagnia dei cantori teutonici dell’Inferno: i Faust.

Sono passati 55 anni dal loro primo, pazzesco, disco. I quattro membri originali ancora viventi hanno composto un album a testa e queste quattro opere sono uscite in contemporanea venerdì 25 settembre 2026.
“Ungebunden” di Hans-Joachim Irmler.
“MOI” di Jean-Hervé Péron.
“Gugaruz” di Werner “Zappi” Diermaier.
“Fliegen Lernen” di Gunther Wüsthoff.
Quest’opera quadrupla si può dividere in due parti: i due mostri vertiginosi per cui mi manca il vocabolario per descriverne la grandezza, “Ungebunden” e “Gugaruz” e i due album più “leggeri”, “MOI” e “Fliegen Lernen”, che hanno comunque apici assolutamente rimarchevoli.
Partiamo dal primo meraviglioso mostro: “Ungebunden”. Il titolo significa senza legami. Un disco primordiale, ricco di sensualità oscura, ma al contempo severo, ascetico. La parte del leone la fanno le due suite “Zerfallen Teil I” e “Gefallen”. Irmler tratta l’organo come una gigantesca superficie dove il suono può depositarsi, marcire, espandersi. Droni, elettronica, manipolazioni, rumori e masse timbriche si sovrappongono, si stratificano, intorno ai meravigliosi suoni prodotti dall’organo. “Zerfallen Teil II” e “Auseinandergefallen” raccolgono i frammenti lasciati sul pavimento dopo il crollo.
Il secondo mostro che ci si presenta è “Gugaruz”. Con Diermaier il caos ha sempre un corpo.
“Gugaruz” nasce naturalmente dalla batteria e dalle percussioni, così come “Ungebunden” nasce dall’organo.
Qui la voce grossa la fa “Big Field”, brano di oltre quindici minuti, che non smarrisce mai neanche un briciolo di tensione. Kraut-rock allo stato dell’arte. Ascoltate poi “Space Agent” che attraversa le dimensioni più ipnotiche, e soprattutto ascoltate “Yesterday’s Gift”, scandito da percussioni ossessive e selvagge.
“Gugaruz” è arte pulsante.
Dopo questi due lavori eccelsi, passiamo a”MOI”. Péron prende tutto ciò che trova e lo porta dentro il disco: voci, strumenti, frammenti, parole, memoria, improvvisazione, jazz, musica concreta, elettronica, piccoli incidenti sonori.
“Charles & Leon” apre il disco come un piccolo archivio impazzito, fatto di elettronica, nastri, found sounds e frammenti francofoni. Poi arriva la magnifica “Diabolus in Musica”, che trasforma persino il famigerato tritono in una specie di giocattolo avant-pop. “Splash!” precipita in un labirinto di lingue, voci e ritmi; “Quinten & Quarten” apre invece uno spazio più ampio, jazzistico. E poi c’è “Du fehlst mir”, brano nato dalla perdita di una persona cara, dove la sperimentazione improvvisamente lascia filtrare qualcosa di molto più vulnerabile.
Péron non separa mai alto e basso, serio e ridicolo, composizione e incidente. Il pezzo più suggestivo è proprio l’ultimo, “Doux Ami”. Per la prima metà un magnifico pianoforte accompagna una fredda voce declamante. Qualcosa tra il meglio di David Tibet e il meglio di Laurie Anderson. Nella seconda metà fa capolino un giocoso strumento a corde (forse una chitarra ma con Péron non si sa mai) che ci accompagna fino alla fine.
Infine arriva Wüsthoff e cambia nuovamente la prospettiva.
“Fliegen Lernen” non ha paura di essere musicale. Wüsthoff sembra voler ricordare che dentro l’esperienza Faust è sempre esistita anche una forma di piacere: il piacere del ritmo, del movimento.
Il titolo, imparare a volare, sembra una dichiarazione di intenti.
E infatti il disco si muove.
Il krautrock può incrociare il synth-pop, il prog, il funk deformato, l’ambient. La musica sembra recuperare la possibilità di essere divertente senza per questo rinunciare alla propria stranezza.
Ascoltate la magnifica, irresistibile traccia iniziale, ma soprattutto il brano finale: un incontro tra kraut, techno, post-rock e math-rock. Incendiario, ipnotico, sublime.
“Fliegen Lernen” è dunque il disco in cui Faust torna a danzare.
I Faust hanno coniato uno dei linguaggi più potenti, drammatici ed eccentrici della musica moderna. Tribalismo “nero” teutonico, kraut-rock, jazz-rock, porte che sbattono e diventano presenze inquietanti, sibili cosmici, tonfi, cori goliardici. Radiazioni, dissonanze, musica da camera, fughe, profondità, grottesco e disperazione.
Nati all’inizio degli anni Settanta come una delle esperienze più radicali della musica europea, hanno sempre rifiutato l’idea che una band debba necessariamente coincidere con una forma, con un suono, persino con se stessa. Cinquant’anni dopo, quella stessa impossibilità torna a manifestarsi: i quattro superstiti della formazione classica non ricostruiscono il gruppo ma ne moltiplicano le possibilità. Ognuno di loro ci regala la sua personale interpretazione dell’eredità dei Faust.
Quattro modi per pronunciare la parola Faust.
Quattro modi per non morire.
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