Fare l’artista ai nostri giorni: “Servono passione e sacrificio”

BOLZANO. «Mi sono sempre chiesta come catturare quello che un essere umano è davvero»: ecco Carmen Maria Alber. Originaria di Cortaccia, classe 2001, è riuscita a trasformare la sua passione in lavoro: l’arte. Al centro della sua ricerca ci sono i volti umani: un modo per provare a rappresentare non solo l’aspetto esteriore, ma anche ciò che una persona custodisce dentro di sé.
Quando ha capito che l’arte poteva diventare il suo lavoro?
Ho iniziato a disegnare nei miei quaderni intorno ai quattordici anni. Mia madre li ha visti e mi ha detto che avrei dovuto frequentare un corso di pittura. È stato quello a cambiarmi la vita. Prima frequentavo il liceo scientifico e pensavo di studiare matematica o qualcosa di scientifico.
In famiglia l’arte era già presente.
Mia madre dipinge e anche altri familiari hanno un rapporto con l’arte. A casa c’è questa sensibilità, ma trasformarla in una professione era un’altra cosa. Ricordo che mi veniva fatto intendere che studiare arte all’università avrebbe potuto rendere difficile trovare un lavoro.
E invece ha iniziato presto a lavorare.
Faccio lavori su commissione da quando avevo 16 anni. All’inizio mi conoscevano a scuola, poi il passaparola ha fatto crescere il lavoro. Ho studiato grafica a Sankt Pölten e a Vienna, poi è arrivata la richiesta di realizzare tremila etichette dipinte a mano per un progetto a Cortaccia. È stata un’occasione importante e ho iniziato a lavorare in autonomia.
Oggi riesce a vivere della sua arte?
Sì, vivo di commissioni, di quadri che vendo e dei progetti di community painting. Negli ultimi due anni il lavoro ha iniziato a funzionare davvero. Quest’anno sono riuscita a raggiungere gli obiettivi che mi ero posta e ora posso dedicare del tempo a quello che sento più mio.
Nasce così «Unbequeme Frauen».
Volevo affrontare temi di cui si parla poco e dare spazio alle esperienze personali delle donne. Mi sono resa conto che c’è ancora molta confusione sul significato di femminismo. Dopo aver vissuto a Vienna, dove certi temi erano più presenti, tornare in Alto Adige mi ha fatto percepire una sensibilità diversa.
La sua esposizione alla Casa Goethe ritrae 23 volti e il blu è protagonista. Come mai?
Ho iniziato disegnando occhi, poi sono passata ai volti e sono rimasta legata ai ritratti. Mi sono sempre chiesta perché dipingere una persona, che cosa mi interessasse davvero di lei. Una fotografia mostra un’espressione, ma non quello che una persona è nel profondo. La mia ricerca è sempre stata questa: capire chi abbiamo davanti e come provare a rappresentarlo. Il blu mi aiuta a rappresentare il mondo interiore, quello che c’è oltre la pelle: i pensieri, le idee. Mi fa pensare all’infinito del cielo e del mare. Guardandoli non si vede una fine, proprio come non si può esaurire la complessità di una persona.
Qual è stata la risposta del pubblico?
Ho ricevuto molti commenti, soprattutto da parte di donne. Diverse persone sono venute a ringraziarmi: sono storie personali, di cui spesso non si parla. Per me è stupendo quando una mostra riesce a far nascere una conversazione che continua fuori dallo spazio espositivo.
Le piacerebbe portare il suo lavoro anche fuori dall’Alto Adige?
Sì, l’anno prossimo sto pensando di provare a lavorare all’estero, per capire quali opportunità ci siano. Non sarebbe un trasferimento definitivo, ma un’esperienza da provare. Qui, comunque, ho trovato la possibilità di lavorare, quindi mi piacerebbe rimanere in Alto Adige.
Quali sono i progetti per il futuro?
Il più importante è «Unbequeme Frauen». Al momento sono 23 dipinti e vorrei arrivare a 100. Voglio ampliare anche la dimensione internazionale, realizzando ritratti durante i viaggi.
È riuscita a costruire una professione intorno a qualcosa che la appassiona.
Nel mio caso le cose stanno funzionando, ma ci sono voluti tanto lavoro e tanta passione. Io cerco di continuare a fare quello che mi interessa, mantenendo il contatto con le persone.
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