Friuli Venezia Giulia

Fare i fuochi d’artificio in casa, una (pericolosa) guida triestina del 1893

31.12.2025 – 07.00 – Oggigiorno piacciono sempre meno i fuochi d’artificio e (forse) con buone ragioni: gli scoppi violenti, gli arcobaleni di fuoco, i vandalismi dei ragazzi a suon di petardi e bombe appaiono sempre meno giustificabili, specie a fronte dei danni verso la fauna selvaggia e gli animali domestici. Un secolo fa i fuochi di artificio erano invece una (scoppiettante) novità e, specie nell’ottocento triestino, non erano un unicum di Capodanno, ma venivano accesi anche durante feste e occasioni conviviali. La natura ‘ambigua’ del fuoco d’artificio, il suo essere un glorificato ordigno militare, non turbava l’uomo vittoriano, il quale viveva in una cultura molto più bellicosa di quella odierna, per il quale la guerra era una cosa normale, se non bella, non avendo conosciuto le carneficine dei conflitti del novecento.
Si colloca in questo contesto un manuale risalente all’epoca e presente nelle biblioteche triestine: il Trattato teorico-pratico di pirotecnia civile di Domenico Antonj, pubblicato per la casa editrice Sambo nel 1893.

Figura cancellata dalla storia della SGT post prima guerra mondiale, Domenico Antonj era il maestro dei fuochi d’artificio della Società Ginnastica Triestina: un ruolo forse eccentrico, a giudicare dalla corporatura non era lo sport la sua passione, ma sorprendentemente ‘resistente’. Comparve infatti nei primi decenni di nascita della società e, specie nei primi anni, accompagnava le comitive sociali nelle scampagnate nel Carso o in Istria dove accendeva, sul calare della sera, i propri ‘spettacoli pirotecnici‘.
Verso la fine dell’ottocento Antonj, il quale nelle foto compare con un gran cappellaccio e abiti sempre popolari, quasi da operaio, era ormai divenuto uno dei direttori della Ginnastica, in compagnia di ingegneri, avvocati e giornalisti; e nel 1902 figurava addirittura come vicepresidente.
Personalità scoppiettante (poteva essere forse altrimenti?), Domenico Antonj era ricco di artifizi e non solo per le feste: nelle occasioni di visite dei gendarmi e di attenzioni da parte della Luogotenenza austriaca, tentava sempre d’diventare scuse e depistaggi; ad esempio, nel 1882, nell’occasione della morte di Garibaldi, cercò di salvare la Ginnastica dai sospetti di irredentismo spiegando che no, la SGT non aveva chiuso in memoria dell’Eroe dei Due mondi, ma solo perché i suoi fuochi di artificio non erano ancora pronti, la ragione era puramente tecnica. Figura pertanto interessante, anche perché si staccava, con il suo essere un ‘artigiano’, dall’origine borghese dei soci della SGT.

Il manuale, ornato di una bellissima grafica ricca di illustrazioni fantastiche, col drago sputa fuoco in copertina, descrive nel dettaglio come produrre in casa i fuochi artificiali, descrivendo quantità e tipologia di sostanze: oggigiorno fare qualcosa del genere verrebbe considerato pazzo, ma all’epoca era normale ‘farsi da sé’ i fuochi.
Antonj parte con qualche petardo, qualche girandola e poi giunge, negli ultimi capitoli, a descrivere scenari assai complessi, con decine di fuochi contemporaneamente accesi.
I parallelismi con l’arte militare appaiono evidenti: la polvere nera stessa veniva acquistata infatti nei negozi di armi.
“Delle polveri piriche poste in vendita nei pubblici spacci” spiega Antonj “facciamo uso di quella da caccia finissima, soltanto per scoppi di molto piccolo calibro; per scoppi più grossi e per lancio di proietti di poca mole, si adopera quella da fucileria. La polvere da cannone ordinaria si impiega per cariche e detonazioni di grosso calibro”.

Complici le illustrazioni tecniche in coda al volume, Antonj delinea un quadro fantastico, popolato di draghi, serpenti, candele romane e tante stelle di fuoco: “sotto il nome generico di serpentelli s’intendono cartocci […] caricati con forte mistura favillante i quali, lanciati accesi nell’aria, dalla vivacità della combustione vanno qua e là indietreggiando e simulano
una serpe infocata che termina con uno scoppio e con getto di picco le stelle colorate…”

E, ad onestà del vero, Antonj dedica un intero capitolo proprio agli incidenti e alla sicurezza degli spettatori: consiglia la campagna, un deposito separato e isolato per la polvere nera, e tante casette dove confezionare i differenti tipi di fuoco, tenendo a portata di mano una catena di secchi pieni d’acqua “come fanno i pompieri”.
“Quest’ arte bellissima, meravigliosa, capace di grandi soddisfazioni artistiche (non parliamo di quelle di lucro) a chi la coltiva con amore, con passione, ha pure il suo lato brutto, il rovescio della medaglia. Alludiamo al pericolo di un’eventuale incendio, od esplosione a cui va congiunta la fabbricazione dei fuochi artifiziali…”.
Un’avvertenza su tutti: nel laboratorio di pirotecnica “non si fuma“!

[z.s.]




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