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Far East: quando la provincia italiana diventa il palcoscenico perfetto per un noir

C’è un’Italia che le mappe satellitari non riescono a inquadrare bene. È quella macchia di colore incerta tra il grigio dell’asfalto della bergamasca e il nulla dorato della campagna milanese. Una terra di confine dove le cascine sembrano fortini abbandonati e le bocciofile sono gli unici templi rimasti a una spiritualità fatta di grappa e bestemmie. È qui, nel cuore pulsante e ferocemente rurale degli anni Novanta, che Ilaria Gremizzi ambienta il suo Far East (Prospero Editore), un romanzo che ha il sapore del fango e la cadenza di un pezzo reggae suonato male da un’autoradio scassata.

Dimenticate i poliziotti tormentati da serie tv in prima serata. Gremizzi ci scaraventa nel Reticolo, un microcosmo dove la logica è sospesa tra il volo di uno struzzo e il delirio di una baronessa decaduta che si crede Sandokan. I protagonisti sono due scapestrati, due perdenti di razza che decidono di dare una sterzata a una vita piatta come la pianura assaltando un ufficio postale. Il tocco di genio? Lo fanno a bordo di una limousine, un monumento al kitsch che taglia la nebbia come una lama arrugginita.

L’autrice scrive con una prosa carnale, che non chiede scusa. È una scrittura che graffia e morde, capace di nobilitare la china pericolosa di una rapina improvvisata trasformandola in un viaggio esistenziale. C’è molto di Barry Gifford in queste pagine, quella capacità di rendere magico il grottesco, e c’è l’ombra lunga e amara di Jim Thompson nel raccontare come il crimine sia spesso solo l’ultima spiaggia di chi non ha più nulla da perdere.

Il punto di forza del romanzo, però, sta nei dialoghi. Tesi, serrati, privi di grasso superfluo. Si sente l’eco di un Fargo trapiantato tra i filari di granturco, dove il gossip bellico che arriva dalla radio fa da contrappunto a una violenza rurale, quasi ancestrale.

In Far East non c’è redenzione, ma c’è una dignità ruvida che trasuda da ogni pagina. Gli sbandati di Gremizzi danzano sui trampoli sopra il fango di un’esistenza che li vorrebbe schiacciati tra una slot-machine e un turno in fabbrica. È un noir che non lascia scampo perché parla di noi, della nostra provincia più profonda e di quel desiderio bislacco di essere altrove, anche quando l’altrove è solo il prossimo fosso.

Eccellente letteratura di frontiera. Un libro che si legge d’un fiato, possibilmente con un occhio alla strada e l’altro allo specchietto retrovisore. Perché nel Reticolo, la legge non arriva mai in tempo.


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