Umbria

Familiari di Papadia: «Romita merita l’ergastolo, non le attenuanti»

di Marta Rosati

«No alla concessione delle attenuanti generiche e condanna all’ergastolo per un omicidio che è stato premeditato». Queste le richiese arrivate al termine della discussione dai familiari di Laura Papadia, rappresentanti dagli avvocati Filippo Teglia e Monica Genovese, la 36enne strangolata e uccisa il 26 marzo del 2025 nell’appartamento di Spoleto dal marito Nicola Gianluca Romita, 48 anni, in carcere dalle ore immediatamente successive al delitto con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo coniugale. Per lui il sostituto procuratore Alessandro Tana ha chiesto la condanna a 30 anni con concessione delle attenuanti generiche da riconoscere come equivalenti alle aggravanti contestate. A sollecitare la Corte d’Assise di Terni (presidente Tordelli) a emettere la condanna più pesante anche l’avvocato Emilio Malaspina, che rappresenta l’associazione Per Marta e per tutte. 

«Pensando a Romita, alla sua azione e al suo comportamento successivo, mi è venuta in mente “La banalità del male” di Hannah Arendt», ha detto l’avvocato Teglia, che rappresenta papà Maurizio e il fratello Alessandro di Laura Papadia, sottolineando che l’imputato reo confesso «non ha mai mostrato pentimento per un delitto che non può essere d’impeto (come sostenuto dall’accusa, ndr), perché in aula – ha ricordato Teglia alle Corte – il medico legale ha quantificato in un tempo compreso tra 5 e 6 minuti la durata dell’azione criminosa, dall’inizio dello strangolamento all’uccisione di Laura: un tempo che è un’eternità e che se volete possiamo “misurare” ora restando 5 minuti in silenzio in aula». Teglia ha quindi evidenziato che «Romita avrebbe avuto tutto il tempo di desistere» e poi contestato il capo di imputazione, definito «lacunoso e non incisivo», nella parte in cui parla di delitto avvenuto «al culmine di una lite». Sulla richiesta di condanna a 30 anni formulata dalla Procura di Spoleto, l’avvocato del papà e del fratello di Laura Papadia ha sottolineato: «Siamo rimasti molto perplessi, ma restiamo convinti della premeditazione. Romita deve essere condannato all’ergastolo senza nessuna concessione delle attenuanti generiche, che sarebbe in contrasto con quella che noi consideriamo una palese falsità processuale». 

Il riferimento è alla richiesta di trasmissione degli atti alla Procura di Spoleto avanzata dallo stesso avvocato Teglia, ma poi condivisa dalle parti civili e soprattutto dal sostituto procuratore Tana, per il disconoscimento della propria relazione da parte della psicologa della difesa, rappresentata dagli avvocati Luca Maori e Luca Valigi. In sostanza, nella fase dell’udienza preliminare si è consumato un giallo sulle perizie: una di 11 pagine depositata in fase di udienza preliminare e l’altra di 15 pagine di cui si è venuti a conoscenza in aula. Secondo le parti civili e l’accusa, però, la difformità non sarebbe solo relativa alla presenza di quattro pagine in più, ma anche a «conclusioni differenti» sul profilo di Romita. A complicare il quadro anche il disconoscimento della prima relazione da parte della professionista, ieri sentita in aula come testimone della difesa, la quale ha fatto notare come sulla relazione non ci fosse la sua firma, pur essendo redatta sulla sua carta intestata. A decidere sulla trasmissione degli atti in Procura sarà la Corte d’Assise. 

L’ergastolo per Romita, comunque, non sarebbe «una pena esemplare, ma semplicemente giusta» per l’avvocato Genovese del foro di Palermo, che rappresenta Fabio Papadia, l’altro fratello di Laura, la quale ha stigmatizzato «la tendenza generalizzata a concedere attenuanti generiche anche di fronte a omicidi connotati da modalità d’azione e da livelli di pervicacia gravissimi». Per Genovese, poi, l’imputato «non ha avuto pietà sia non fermandosi mentre strangolava la moglie che anche non chiamando i soccorsi». L’avvocato, che dal oltre 30 anni si occupa di vittime di violenze sessuali e familiari, davanti alla Corte ha ricordato che «in aula Romita non ha mai chiesto scusa né in questi mesi ha mostrato un serio pentimento», mentre «la sua confessione non può considerarsi tale, perché in questo tribunale Romita – ha detto Genovese – si è presentato balbettando che quel giorno non era in sé, che non ricorda cosa sia accaduto, ha quindi provato a fingersi dissociato, cercando di raggirare la giustizia e sostenendo complessivamente una tesi insostenibile che non merita e non deve trovare nessun trattamento mitigato». Anche per la professionista palermitana il delitto di Papadia è da considerarsi «premeditato nonostante la Procura di Spoleto non ci abbia creduto: Romita la settimana prima del delitto ha chiamato il figlio per dirgli dove erano nascosti i soldi, raccomandandogli di dividerli col fratello minore, ma senza fare alcun riferimento alla parte da dare a Laura e questo semplicemente perché il delitto lo aveva già premeditato». 

Sulla telefonata in questione ha calcato la mano anche l’avvocato Malaspina, dandone un’altra interpretazione: «Romita ha telefonato ai figli per dirgli dov’erano quei soldi, che erano anche di Laura, e non si è posto il problema che la moglie potesse andare a chiedere quegli stessi soldi ai figli, a cui quindi avrebbe creato di fatto una problematica. Lui, però, la questione non se l’è posta, perché sapeva che avrebbe ucciso Laura». Molto critico sul capo di imputazione anche Malaspina, secondo cui «quell’impostazione ha precluso accertamenti e con ogni probabilità una marea di contestazioni, dallo stalking alle aggravanti per premeditazione, futili motivi e crudeltà: la Procura di Spoleto si è accontentata di una confessione, nonostante l’imputato si sia rifiutato di spiegare l’omicidio». In aula si tornerà il 13 aprile per la discussione del Comune di Spoleto, che pure è parte civile nel processo, a cui seguirà l’arringa della difesa, la camera di consiglio e la sentenza.

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