“Falcone usato dal No? Si rivolterebbe nella tomba”, parla il collaboratore del giudice – Il Tempo

«Chiederei a Gratteri se considererebbe un “delinquente” anche Giovanni Falcone, visto che era palesemente per la netta separazione, anche strutturale, delle carriere. Sono certo che il “mio giudice”, solo a sentire di essere accostato al “No”, si sarebbe rivoltato nella tomba. Ricordiamo che a lasciarlo solo e impedirgli di fare carriera è stata proprio la logica delle correnti». A dirlo Angelo Jannone, noto per essere stato uno tra i più stretti collaboratori del magistrato assassinato da Cosa Nostra.
Il giudice della strage di Capaci, a suo dire, sarebbe stato tra quelli per il “No”?
«Chi lo sostiene, mente. Basta navigare sul web per trovare delle dichiarazioni e anche la viva voce di Falcone sosteneva che la riforma del codice di procedura penale sarebbe rimasta un’opera incompiuta se non si fosse andati verso una strutturale e netta separazione delle carriere. La sua era una considerazione tecnica. In tutti i Paesi con un processo giudici e Pm sono strutturalmente separati. Parliamo, d’altronde, di chi non avrebbe mai strizzato occhi nei confronti di nessuno, figuriamoci verso la politica».
Le correnti della magistratura, intanto, provano a mettere il cappello al simbolo per eccellenza dell’Antimafia. Non le sembra un grande controsenso?
«Io con Falcone, a Corleone, ho collocato le prime microspie nelle case dei parenti di Bagarella e Totò Riina. So benissimo, quindi, come lavorava. In quel frangente, era completamente solo. Era il periodo più brutto e buio della sua vita. Bisogna, poi, ricordare che Falcone, a differenza di tanti atri suoi illustri colleghi, non ha fatto carriera. E tutti sanno che in questi casi c’è un solo responsabile: in primis il Csm e poi l’Anm. Qualunque posto ambisse, a cominciare dal capo ufficio istruzione di Palermo, veniva bocciato da quelle stesse correnti che, oggi, lo vogliono come testimonial. Come si può pensare dunque che potesse credere nell’assetto attuale?».
Per il suo lavoro ha avuto a che fare con tutte le procure del Sud Italia. Che idea ha delle recenti dichiarazioni di Gratteri?
«Si commentano da sole. Non richiedono ulteriori parole. Conosco Gratteri. Ho avuto con lui un rapporto di stima e rispetto, ma anche molti contrasti sopratutto quando era alla Procura di Locri. Il suo primo processo di Mafia era nato da una mia informativa. Ha avuto il grande merito di sapersi scegliere sempre la polizia giudiziaria migliore. Detto ciò, ritengo ci siano momenti in cui bisognerebbe saper cogliere l’occasione per tacere».
Si è espresso chiaramente per il “Sì”. Si sente un criminale?
«Gratteri ha detto anche che voteranno per il “No” le persone per bene. Nei fatti, quindi, mi ha annoverato tra quelle che non lo sono. Sarebbe stato pertanto molto più garbato chiedere “scusa” a me e ai tanti che voteranno Si, compresi coloro che, ogni giorno, rischiano la vita per lo Stato, visto che molti di loro sono favorevoli alla riforma».
Condivide l’appello del presidente Mattarella ad abbassare i toni?
«In questo particolare frangente, bisognerebbe abbandonare il tifo da stadio e concepire questo referendum come un qualcosa che può cambiare la vita di tutti. Mi sarei aspettato che tutti i partiti avessero lasciato liberi i propri iscritti di scegliere. Purtroppo non è accaduto così. Non posso non condividere le parole del Capo di Stato».
Falcone cosa avrebbe consigliato in questo particolare frangente?
«Abbiamo avuto modo di parlarne diverse volte e posso confermarle che non era innamorato di questo processo accusatorio. Riteneva, come qualunque giurista che si rispetti, che non fosse né carne, né pesce. Vi è un vero e proprio sbilanciamento verso il pm. Penso di poter dedurre da che parte si sarebbe schierato».
Argomento collegato a quello sulla giustizia è la sicurezza. Che ne pensa del dibattito attuale sullo scudo penale?
«Parliamo di un fatto soprattutto culturale, le norme non sono state cambiate. Anzi, sono state perfezionate. Lo dice chi è stato protagonista di diversi conflitti a fuoco».
Come giustifica allora il famoso caso Rogoredo?
«Anche se ci fosse stata la norma discussa, il poliziotto sarebbe stato arrestato lo stesso. Se entro 30 giorni non vengono trovati elementi che fanno pensare a un eccesso colposo nella legittima difesa o nell’uso legittimo delle armi, si chiede che il Pm archivi. La riforma, a differenza di come sostiene, non è uno scudo, non vieta le indagini, ma solo l’automatica iscrizione al registro degli indagati. Per la sicurezza di tutti».
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