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Fa troppo caldo in California, così si “bombardano” le nuvole. Cosa sappiamo sulla Geo-ingegneria

La sperimentazione di tecniche di geoingegneria per contrastare gli effetti del riscaldamento globale in California è una realtà dagli effetti ancora poco conosciuti, tanto che potrebbe avere conseguenze inattese sul clima europeo. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change da un gruppo di ricercatori dello Scripps Institution of Oceanography dell’Università della California a San Diego, che mette in guardia sull’uso dello schiarimento delle nuvole marine e sulla mancanza di una regolamentazione internazionale in materia.

Le ricerche prendono avvio da una tecnica teorizzata negli anni Novanta da John Latham, scienziato del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado. L’idea alla base dello schiarimento delle nuvole marine è relativamente semplice: aumentare la capacità riflettente delle nubi basse sopra gli oceani, in modo da respingere una maggiore quantità di radiazione solare e ridurre il riscaldamento delle acque superficiali e delle aree costiere. Per ottenere questo effetto, si vaporizza nell’atmosfera acqua marina nebulizzata, ricca di particelle di sale, che favorisce la formazione di gocce più piccole e numerose all’interno delle nubi.

Negli ultimi anni questa tecnica è passata dalla teoria alla sperimentazione sul campo. In California, uno degli Stati più colpiti da ondate di calore, siccità e incendi, lo schiarimento delle nuvole marine è stato considerato una possibile misura di emergenza per mitigare gli effetti immediati dei cambiamenti climatici sulle zone costiere e sugli ecosistemi marini. Esperimenti simili sono stati avviati anche in Australia, con l’obiettivo di raffreddare le acque attorno alla Grande Barriera Corallina e ridurre lo sbiancamento dei coralli, fenomeno legato all’aumento delle temperature oceaniche.

Secondo lo studio dello Scripps Institution, però, i benefici locali e a breve termine potrebbero essere accompagnati da effetti collaterali su scala globale. Le simulazioni climatiche analizzate dai ricercatori indicano che, nella fase iniziale, lo schiarimento delle nuvole marine potrebbe effettivamente contribuire a un raffreddamento sia della costa pacifica degli Stati Uniti sia di alcune aree europee. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, e in particolare a partire dalla metà del secolo, lo stesso intervento rischierebbe di produrre un aumento delle temperature in altre regioni del pianeta, con un impatto significativo proprio sull’Europa.

Alla base di questo possibile ribaltamento degli effetti vi sarebbe l’alterazione del Capovolgimento Meridionale della Circolazione Atlantica, noto come AMOC. Si tratta di un vasto sistema di correnti oceaniche che trasporta acqua calda dalle regioni tropicali verso il Nord Atlantico e acqua fredda verso sud, contribuendo a mantenere un equilibrio climatico tra le diverse aree del pianeta. Un rallentamento di questo meccanismo, secondo i modelli, potrebbe modificare la distribuzione del calore su scala globale, favorendo ondate di caldo anomale in Europa.

I ricercatori sottolineano che lo studio si concentra su uno scenario specifico e non intende fornire previsioni definitive. I risultati, tuttavia, evidenziano come interventi mirati a risolvere problemi climatici regionali possano avere conseguenze indirette e difficili da controllare altrove. Proprio per questo motivo, gli autori chiedono una maggiore attenzione scientifica e politica alla regolamentazione delle tecniche di geoingegneria.

Il dibattito sulla sperimentazione non è rimasto confinato agli ambienti accademici. Solo poche settimane prima della pubblicazione dello studio, un team della University of Washington aveva avviato un test di schiarimento delle nuvole nella baia di San Francisco. L’iniziativa aveva suscitato proteste tra i residenti, preoccupati per le possibili conseguenze ambientali e per la mancanza di un confronto pubblico preventivo. A seguito delle pressioni, le autorità cittadine avevano deciso di interrompere l’esperimento.

Nel frattempo, altre regioni del mondo stanno esplorando strade diverse della geoingegneria. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, si fa ricorso da anni al cloud seeding, una tecnica che prevede l’inseminazione delle nuvole con sali o altre sostanze chimiche per stimolare precipitazioni artificiali in aree caratterizzate da scarse piogge. Questa pratica è tornata al centro dell’attenzione lo scorso aprile, quando una serie di piogge intense ha provocato gravi alluvioni in diverse zone del Medio Oriente.

In quell’occasione, alcuni siti complottisti hanno attribuito le inondazioni all’uso del cloud seeding. La comunità scientifica, tuttavia, ha respinto queste accuse, indicando nei cambiamenti climatici la causa principale degli eventi estremi. Secondo diversi esperti, l’intensità e l’estensione delle precipitazioni osservate superavano di gran lunga gli effetti che potrebbero essere generati dalla sola inseminazione delle nuvole.

Il confronto pubblico sulla geoingegneria si è intensificato anche sul piano geopolitico. Negli Stati Uniti, i programmi di ricerca e sperimentazione nel settore ricevono finanziamenti per miliardi di dollari. Anche la Cina sta investendo in modo significativo: tra il 2012 e il 2017 Pechino ha destinato oltre un miliardo di dollari allo sviluppo di diverse tecnologie per la modifica del clima. Questi interventi hanno suscitato preoccupazioni nei Paesi vicini, in particolare in India, dove si teme che eventuali alterazioni dei sistemi atmosferici possano influenzare i monsoni e aggravare i periodi di siccità nel subcontinente.

Accanto alle questioni scientifiche e politiche, emergono anche interrogativi di natura etica. Negli ultimi anni, studiosi e osservatori provenienti dai Paesi in via di sviluppo hanno espresso timori sul fatto che la geoingegneria possa trasformarsi in uno strumento utilizzato dalle nazioni più ricche senza considerare le ricadute globali. Un esempio di questo dibattito è rappresentato da un saggio pubblicato dal New York Times, in cui il ricercatore nigeriano Chukwumerije Okereke ha criticato l’idea che interi continenti possano diventare laboratori climatici, sottolineando il rischio che i costi ambientali ricadano soprattutto sulle popolazioni più vulnerabili.

Nonostante il crescente interesse per le tecnologie di modifica del clima, una parte consistente della comunità scientifica continua a ribadire che la soluzione più efficace al riscaldamento globale resta la riduzione delle emissioni di gas serra. La geoingegneria viene vista da molti come un possibile strumento complementare o temporaneo, ma non come un’alternativa alle politiche di decarbonizzazione.

Lo studio pubblicato su Nature Climate Change si inserisce dunque in questo contesto, evidenziando la necessità di procedere con cautela. I ricercatori richiamano l’attenzione sull’assenza di un quadro normativo internazionale che disciplini la sperimentazione e l’eventuale applicazione su larga scala delle tecniche di geoingegneria. Senza regole condivise, il rischio è che interventi adottati da una singola regione per fronteggiare siccità e ondate di calore possano aggravare i problemi climatici in altre parti del mondo, innescando nuove tensioni ambientali e politiche.


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