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Export di tecnologia, così la Cina colpisce il riarmo del Giappone

TOKYO – Il governo cinese il 24 febbraio ha bloccato le esportazioni di tecnologia dual use verso 20 società giapponesi impegnate nell’«accrescimento delle capacità militari» di Tokyo e ne ha inserite altre 20 nell’elenco di quelle a cui si possono vendere prodotti impiegabili in ambito bellico solo dopo aver ottenuto una licenza. Fanno parte del primo gruppo diverse controllate di Mitsubishi Heavy Industries e l’agenzia spaziale giapponese, Jaxa.

La mossa di Pechino

Tra i nomi del secondo spiccano Subaru e Tdk. L’impatto non sarà limitato: l’elenco dei prodotti dual use del ministero del Commercio cinese conta più di 800 voci, tra cui anche alcune terre rare.

La mossa di Pechino è rilevante perché è la prima iniziativa anti-giapponese da quando, lo scorso 8 febbraio, la leader nazionalista Sanae Takaichi ha guidato il Liberal Democratic Party alla conquista di una maggioranza di oltre due terzi nella più influente delle due Camere del Parlamento nipponico. Tra gli analisti politici giapponesi era opinione diffusa che una vittoria netta avrebbe spinto Pechino, di fronte alla prospettiva di dover convivere a lungo con Takaichi, a moderare i toni. Invece, spiega Dylan Loh della Nanyang Technological University, «la Cina non sta rinunciando a fare pressioni». Anzi, Pechino ha spiegato che le mosse non sono solo mirate a scoraggiare il riarmo di Tokyo, ma anche le sue ambizioni nucleari.

Takaichi e la politica di riarmo

Che la premier giapponese abbia aumentato la spesa militare è cosa nota, ma come è possibile anche solo pensare che il Paese di Hiroshima e Nagasaki voglia dotarsi di armi atomiche? «Takaichi – racconta Daisuke Kawai dell’Economic Security Research Program dell’Università di Tokyo – non ha un National Security Advisor, ma due». Il primo si chiama Keiichi Ichikawa ed è un diplomatico. Il secondo, Sadamasa Oue, è un ex generale ed è una figura più politica. «È lui che pochi mesi fa disse, teoricamente off the record, che era tempo che il Giappone iniziasse a pensare di dotarsi di armi atomiche. Siamo a quel punto? No – spiega Kawai – ma il suo era chiaramente un ballon d’essai».

Quel che colpisce è la velocità con cui è stato fatto alzare in volo, dato che un anno e mezzo fa, a Tokyo, le armi atomiche erano ancora un argomento taboo. Ma era un mondo diverso. Trump non si era ancora insediato annunciando la fine della Pax Americana e la sua amministrazione non aveva ancora pubblicato la sua controversa National Security Strategy. «Quella sì – ironizza Rintaro Nishimura, senior associate di The Asia Group a Tokyo – che è stata una lettura interessante. Tutte quelle cose sull’emisfero occidentale sono un modo per dire che dobbiamo difenderci da soli».


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