Ex presidente comunità riabilitativa condannato per estorsione ai dipendenti

BRINDISI – A quasi sette anni dalla prima udienza, il 20 febbraio 2026 si è chiuso il processo di primo grado a carico dell’ex presidente della comunità riabilitativa assistenziale psichiatrica “San Vincenzo”, di San Michele Salentino. Il collegio giudicante del tribunale di Brindisi (presidente: Ambrogio Colombo; relatore: Leonardo Convertini; a latere: Margherita Ricci) ha condannato l’imputato – Rocco Errico (75 anni, nato a Ostuni e residente a San Michele) a sette anni di reclusione e 3.300 euro di multa, per estorsione nei confronti di alcuni dipendenti. Disposto inoltre il risarcimento del danno nei confronti delle parti civili. Si tratta di tre lavoratrici assistite dall’avvocato Domenico Attanasi e di una quarta, assistita dall’avvocato Carmine Calò.
L’accusa di estorsione ai dipendenti
Nei giorni scorsi sono state pubblicate le motivazioni della sentenza, che possono essere appellate dalla difesa dell’imputato. L’entità della condanna ricalca quanto chiesto in aula dal pm Francesco Carluccio. L’imputazione si riferisce a un arco di tempo che va dal 2011 sino al luglio 2014.
Le indagini della guardia di finanza si sono basate su intercettazioni, documenti contabili e assegni. L’imputato, all’epoca dei fatti, era rappresentante del consorzio di cooperative che gestivano la comunità riabilitativa assistenziale psichiatrica “San Vincenzo”.
Nella veste di datore di lavoro, avrebbe costretto indebitamente otto dipendenti a restituire parte delle somme ricevute a titolo di retribuzione o comunque ad accettare un compenso inferiore a quello figurante in busta paga, sotto la minaccia del licenziamento o della chiusura della struttura.
Appropriazione indebita: difetto di querela
C’era una seconda imputazione: appropriazione indebita. Riguarda le fatture all’epoca emesse nei confronti della Asl (parte civile). Si sarebbe appropriato di denaro pubblico mediante l’annotazione nell’impianto contabile di costi di gestione non inerenti all’attività esercitata dalla struttura sanitaria o di spese per finalità diverse da quelle previste.
Secondo gli inquirenti, avrebbe acquistato capi di abbigliamento griffati, mobilio, sanitari, gioielleria, derrate alimentari in quantità notevolmente eccedente le esigenze dei 14 ospiti della struttura, per un ammontare complessivo di quasi 250 mila euro.
Inizialmente qualificata come peculato, per questa seconda accusa è stato dichiarato il non doversi procedere, “perché l’azione penale non doveva essere cominciata per difetto di querela”. Riqualificazione e non doversi procedere erano stati invocati anche dal pm Carluccio.
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