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Europa, Regina Tentenna. Critica tutto, decide poco, rinvia sempre

Europa, la Regina Tentenna. Ursula von der Leyen
Europa, Ursula von der Leyen

Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio di Savoia-Carignano regnò sul Piemonte dal 1831 al 1849. La storia lo ha consegnato ai manuali come il “Re tentenna”: indeciso, oscillante, incapace di scegliere una linea stabile nel pieno del Risorgimento. Fu carattere? Furono i tempi? Poco importa. Oggi quella figura è tornata in scena, reincarnata e istituzionalizzata: non più Re, ma Regina. E si chiama Europa.
Solo che, a differenza di Carlo Alberto, l’indecisione europea non nasce da drammi interiori o dilemmi morali, bensì da una miscela più prosaica: conflitti di interesse, paralisi procedurale e una cronica incapacità di trasformare le analisi in azione. L’Unione discute con rigore certosino del diametro dei pomodori, ma inciampa rovinosamente quando si tratta di ratificare il più importante accordo commerciale tra due continenti.
Il trattato UE–Mercosur, atteso da ventisei anni, è stato bloccato all’Europarlamento da una mozione della Sinistra (The Left) e di altri eurodeputati: 334 voti contrari, un catalogo completo del “bastian contrari” europeo. C’è chi vota per ideologia, chi per calcolo elettorale, chi, viene il sospetto, senza aver letto una riga del dossier. Il risultato è sempre lo stesso: tutto fermo. Il calderone europeo ribolle, ma nessuno ha il coraggio di scolare il contenuto, come si fa col passapomodoro, una volta per tutte.
Eppure, dall’altra parte dell’Atlantico, l’attesa era tutt’altro che teorica. Secondo uno studio della Confederazione nazionale dell’Industria brasiliana, l’accordo permetterebbe al Brasile di ampliare l’accesso ai mercati globali dall’8% al 36%. Una svolta strategica per la manifattura sudamericana. Nel 2024 l’Unione europea è stata il secondo mercato di destinazione dell’export brasiliano, con oltre 48 miliardi di dollari; nel 2025 gli scambi hanno raggiunto il record storico di 100 miliardi. Numeri che spiegano l’entusiasmo brasiliano. E rendono ancora più incomprensibile lo stop europeo.
Così, mentre il Sudamerica guarda a Bruxelles con crescente disillusione, l’Europa conferma la propria specialità: perdere credibilità all’estero mentre si compiace del proprio dibattito interno. Molto articolato, molto colto, molto inconcludente.
Intanto, a Davos, tengono banco altri dossier: Ucraina, Groenlandia, sicurezza dell’Artico. Trump incontra Zelensky e parla di colloqui “positivi”. L’Unione e la NATO discutono di autonomia strategica. Discutono, appunto. Perché anche il presidente ucraino, senza troppi giri di parole, ha espresso tutta la sua frustrazione: «All’Europa piace discutere del futuro, ma evita di agire oggi».
Zelensky parla di un’Europa “in modalità Groenlandia”: forse un giorno qualcuno farà qualcosa. Intanto si inviano missioni simboliche di trenta o quaranta soldati e ci si chiede quale messaggio arrivi a Mosca o a Pechino. La sensazione, dice il leader ucraino, è che l’Europa stia aspettando che gli Stati Uniti si calmino, che passi la tempesta. Ma se non passa?
La richiesta è brutale nella sua semplicità: azione. Perché senza agire oggi, non ci sarà un domani. Né per l’Ucraina, né, viene da aggiungere, per l’Europa stessa.
Rimandare sistematicamente è il modo più elegante per evitare di fare. Wayne Dyer osservava che chi non fa, spesso critica: guarda chi agisce e si gonfia del proprio illuminato parere. L’Europa, purtroppo, sembra aver preso questa massima come statuto non scritto. Non governa, commenta. Non decide, valuta. Non agisce, redige conclusioni.
E una Regina che tentenna troppo a lungo, prima o poi, smette di regnare. Senza nemmeno accorgersene.


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