Euro digitale, Piketty e 67 economisti a Bruxelles: “Unica difesa contro Trump e il monopolio Usa”
Il debutto dell’euro digitale è atteso per il 2029. A quel tempo – ma mai dire mai – Donald Trump, i dazi e le mille “sorprese” che l’attuale presidente Usa dissemina un giorno dopo nella politica – anche – economica del suo Paese dovrebbero essere un ricordo. Ma secondo una larghissima parte degli economisti europei la moneta elettronica unica rimane “l’unica difesa” non solo contro gli umori che arrivano dallo studio ovale, ma in generale come tutela dal dominio statunitense sui pagamenti.
La dipendenza dai circuiti Usa
In una lettera rivolta al Parlamento europeo, 68 esperti ed accademici – tra cui il francese Thomas Piketty – esortano l’Europa a non cedere alle pressioni “miopi della lobby finanziaria” che rischiano di svuotare l’iniziativa della Bce. Un appello netto – che appunto non cita il tycoon – per scongiurare la dipendenza dai circuiti a stelle e strisce, incrociando però le lame con le grandi banche in allerta su depositi e margini.


Tredici Paesi dell’Eurozona – si ricorda nella missiva diffusa dal Financial Times – non hanno ancora un sistema nazionale di pagamenti digitali e si appoggiano in toto a Visa, Mastercard e PayPal. Il nodo, nell’analisi degli economisti, è tutt’altro che tecnico: senza moneta pubblica digitale, l’Europa rischia di cedere “l’elemento fondamentale della sua economia” ed essere vulnerabile.
Il tema della sovranità è stato sottolineato con sempre maggiore insistenza anche dalla Bce negli ultimi mesi. Le resistenze però si addensano. A novembre quattordici grandi istituti – tra cui Deutsche Bank, Bnp Paribas e Ing – hanno messo in guardia dal rischio di indebolire gli sforzi del settore privato continentale nella competizione con i giganti Usa dei pagamenti.

Lo spettro della fuga dai depositi
Ma, nella replica di Hans Stegeman, dell’olandese Triodos Bank, il vero timore è un altro: la fuga dei depositi. Con i piani attuali, ogni cittadino potrebbe detenere fino a 3.000 euro in un portafoglio virtuale, risorse che non finirebbero più nei bilanci bancari, riducendo una fonte di finanziamento stabile e, a cascata, la capacità di erogare prestiti. Questo senza considerare i mancati ricavi dal possesso di queste risorse e i costi di implementazione e manutenzione. Le banche chiedono poi che vi sia spazio anche per la coesistenza con le iniziative private, alcune delle quali sono già in fase di lancio.
Le riserve non arrivano soltanto dalla finanza: anche il relatore dell’Europarlamento sull’euro digitale, lo spagnolo del Ppe, Fernando Navarrete, spinge per una versione ridimensionata del progetto. Il primo a difendere la linea della Banca Centrale Europea sarà il suo vicepresidente Luis de Guindos, atteso giovedì in audizione davanti agli eurodeputati della commissione economica. Accelerare sull’iniziativa – è il mantra che ripete da mesi – serve a ridurre la dipendenza dai fornitori Usa.


L’euro digitale, nelle rassicurazioni offerte da Francoforte a più riprese, “affiancherà il contante, non lo sostituirà”. E, per blindare la stabilità finanziaria, sono previsti limiti alle giacenze che la Bce definirà entro un tetto politico condiviso e soggetto a revisioni periodiche.
Bce, tempo di staffette
Giunto ormai a fine mandato, De Guindos lascerà il testimone a maggio e sarà il suo erede – sei i candidati in corsa: Mario Centeno, Martins Kazaks, Madis Mueller, Olli Rehn, Rimantas Sadzius e Boris Vujcic – a dover presidiare la partita dell’euro digitale. La scelta del nuovo vicepresidente aprirà una transizione delicata all’Eurotower, destinata a culminare nella successione di Christine Lagarde a fine ottobre 2027. Anche se tutto dovesse filare liscio, due anni più tardi, allo scoccare della prima emissione digitale di Francoforte, un’altra mano sarà chiamata a continuare a tracciare la rotta della sovranità continentale nella competizione monetaria.

Source link




