Esteban Vicente, l’astrazione come misura della realtà
A Roma, nel cuore di Piazza Navona, l’Instituto Cervantes ospita fino al 2 maggio la mostra Esteban Vicente. Il pittore della realtà, prima esposizione italiana dedicata a uno dei protagonisti dell’Espressionismo Astratto americano. Un’occasione per il pubblico romano di confrontarsi con un artista che ha attraversato la storia del secolo scorso mantenendo una posizione appartata ma rigorosa.
Allestita nella Sala Dalí, la mostra riunisce trentatré opere realizzate tra il 1950 e il 1997, provenienti dal Museo d’Arte Contemporáneo Esteban Vicente di Segovia, co-organizzatore del progetto. Il percorso, curato da Ana Doldán de Cáceres, direttrice conservatrice del museo spagnolo, propone una lettura compatta ma articolata della lunga ricerca di Vicente, mettendo in evidenza la coerenza di un linguaggio che ha fatto del colore e della luce i propri strumenti principali.
Il titolo dell’esposizione rimanda a una riflessione dell’artista raccolta dal critico Irving Sandler nel 1968, in cui Vicente individuava nella cultura spagnola un “profondo senso della realtà”. Una realtà che coincide con il rifiuto dell’artificioso e dell’eccesso. Da questa idea nasce il progetto espositivo, la pittura come spazio di ordine, misura e verità, lontana dalla spettacolarizzazione del gesto.
Nato nel 1903 a Turégano, in provincia di Segovia, Esteban Vicente si forma nella Madrid degli anni Venti, entrando in contatto con poeti e artisti che daranno vita alla Generazione del ’27, da Federico García Lorca a Rafael Alberti. Allo scoppio della Guerra Civile spagnola, nel 1936, lascia il paese e si trasferisce negli Stati Uniti, dove vivrà fino alla morte, nel 2001. L’esilio segna profondamente il suo percorso, ma non interrompe il legame con la cultura di origine, che continua a riaffiorare nella sua concezione austera della pittura.
Negli Stati Uniti Vicente entra nel circuito della Scuola di New York, frequentando artisti come Jackson Pollock, Willem de Kooning, Franz Kline e Mark Rothko. Pur condividendo con loro l’approdo all’astrazione, mantiene sempre una distanza critica dalla retorica del gesto impulsivo.
La mostra romana si apre con Untitled (1950), un piccolo collage che segna l’inizio della sua maturità artistica. Il collage diventa per Vicente uno strumento di indagine sulla materia, la carta sovrapposta suggerisce profondità, trasparenze e rapporti di equilibrio. Le opere dei primi anni Cinquanta mostrano una pittura gestuale, ma più lirica e meditata rispetto a quella di altri espressionisti astratti, con una gamma cromatica dominata da tonalità calde e terrose.
Negli anni successivi, le forme si fanno più ordinate e strutturate. Il colore assume un ruolo sempre più centrale, fino a diventare il vero soggetto della pittura.
Dalla fine degli anni Sessanta, Vicente avvia una fase dedicata ai campi di colore, sperimenta l’uso dell’aerografo, che gli consente una maggiore saturazione cromatica e una resa più intensa della luce.
“Il colore è la luce”, affermava, sintetizzando una ricerca orientata all’essenzialità.
Il percorso si chiude con i disegni e le piccole sculture chiamate toys o divertimenti, realizzate con materiali di recupero. Opere intime e giocose che rivelano un lato più libero dell’artista.
La mostra all’Instituto Cervantes rappresenta un’opportunità per il pubblico romano di scoprire un protagonista del Novecento che ha fatto della sobrietà e della coerenza una scelta radicale.
INFO MOSTRA
Esteban Vicente. Il pittore della realtà
Instituto Cervantes di Roma – Sala Dalí
Piazza Navona 91, Roma
Dal 29 gennaio al 2 maggio 2026
Orari: martedì–venerdì: 14.00–20.00; sabato: 12.00–20.00; domenica e lunedì: chiuso
Ingresso libero
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