Cultura

Ennio Morricone, il cinema cambia musica: l’eredità del Maestro nella settima arte

Se oggi, a ragion veduta, ci si entusiasma perchè Hans Zimmer firmerà la colonna sonora e l’impianto musicale di Harry Potter per quanto riguarda l’esperimento seriale targato HBO Max, il merito è di Ennio Morricone. Il compositore è morto nel 2020 all’età di 91 anni ma viene ricordato ancora oggi per quello che ha fatto. Non solo in ambito musicale, ma anche relativamente alla settima arte. Morricone e il cinema sono sempre andati a braccetto.

Il compositore ha sempre amato i film e le emozioni che sono in grado, nel corso della loro proiezione, di suscitare. Ogni sequenza, ogni inquadratura, ha un bagaglio di suggestioni con cui bisogna fare i conti. Tutto questo va restituito a chi guarda, in maniera capillare, anche attraverso la musica. Concetto che oggi appare scontato, ma quando il Maestro – lo hanno sempre chiamato così a ragion veduta – ha cominciato a lavorare non era soltanto rivoluzionario pensarla in questo modo.

La musica nuovo espediente narrativo

Si rischiava anche di passare per visionario, ma non in accezione positiva. Chi voleva elevare la musica a espediente narrativo e cinematografico era considerato fuori dal tempo, anacronistico, tutt’altro che degno di nota. Se li ricordava bene quei tempi Morricone, a metà anni ’50, quando la sua carriera è cominciata ufficialmente dopo il diploma al Conservatorio di Santa Cecilia.

Ennio Morricone e Brian De Palma (1987)

La sua specialità era la tromba, peculiarità che aveva ereditato dal padre, e le sue prime commissioni spaziano fra cinema e musica leggera. Inizia a essere conosciuto come arrangiatore per la RCA Italia. Una garanzia, se e quando sei capace a farti strada. A Morricone la tenacia non è mai mancata, neppure il talento. Quindi la prima colonna sonora firmata dal Maestro è quella de Il Federale, di Luciano Salci. Tra Morricone e il regista nacque un vero e proprio sodalizio, legame professionale che dura fino al 1963.

L’armonia fra girato e partitura

Poi Ennio Morricone si guarda intorno per cercare nuovi stimoli e altrettante sfide che lo facciano sentire protagonista, il suo obiettivo – come soleva ripetere spesso – è quello di inseguire il suono perfetto che, a livello cinematografico, vuol dire trovare quell’armonia tale fra girato e partitura in grado di farti metaforicamente alzare dalla poltrona per l’emozione. Un viaggio che inizia alla vista, prosegue con i dialoghi e culmina nell’udito: un suono resta impresso, volendo, tanto quanto un primo piano e il musicista (all’interno di un film) ha lo stesso diritto di imporsi dell’autore, scrittore o regista.

Il compositore romano voleva stravolgere i canoni, per riuscirci doveva passare attraverso step intermedi. La ribalta è fatta anche di piccole (ma importanti) soste. La prima è quella che lo vede al fianco di Edoardo Vianello, Maurizio Costanzo e Mina. Se telefonando, tra gli altri brani composti, ce la ricordiamo ancora oggi. Nel frattempo arriva un’occasione di media importanza: Morricone scrive le musiche per I Basilischi, di Lina Wertmuller. I due sono molto amici, la stima e la cordialità diventano approvazione professionale non appena la partitura trova sbocco all’interno del girato. Un’armonia senza pari porterà Lina Wertmuller a contattare l’amico illustre, non ancora così famoso all’epoca, molte altre volte.

I Maniaci di Luciano Fulci

Il sentiero di sfide professionali si arricchisce con opportunità che includono anche una buona dose di sperimentazione. Il Morricone che abbiamo imparato a conoscere musicalmente, con influenze ben precise e la commistione di sonorità differenti in grado di animare la classicità delle armonie, inizia a formarsi ulteriormente con Luciano Fulci. Regista per cui cura la colonna sonora de I Maniaci, partendo da note canzoni popolari rielaborate in un’altra chiave. Qui troviamo, forse, per la prima volta la nota alternanza fra alto e basso per stile, canoni e influenze.

Arriviamo, quindi, al ’64. Anno in cui Morricone affianca Bertolucci all’interno de Prima della Rivoluzione. Un vero e proprio spartiacque fra prima e dopo. Il Maestro aveva finalmente raggiunto quella maturità tale per determinare il proprio progetto. Anche al cinema la musica comincia ad avere una rilevanza fondamentale, tratteggia le scene e le definisce come un’inquadratura aggiuntiva. Una visione armonica che diventa prospettiva.

L’incontro con Sergio Leone

Nel medesimo periodo, quando finalmente le peculiarità artistiche e tecniche di Morricone iniziano a emergere non puramente come competenza ed esercizio di stile ma proprio come tratto distintivo, conosce Sergio Leone. Il regista arrivava dal sottogeneri dei Peplum Movie e voleva puntare su un altro genere. Il successo de Il Colosso di Rodi non gli bastava più: sentiva che doveva cimentarsi con altro. Il cinema Western, per Leone, era molto più di una semplice suggestione. Si trattava di una vera e propria necessità.

Su queste basi Leone prende lo Spaghetti Western e lo reinventa rendendolo maggiormente appetibile e di successo: l’ispirazione è quella derivante dal cinema di Hakira Kurosawa con maggiore attenzione al contesto scenico e agli sviluppi della trama, inserendo – nel tempo del racconto – anche un’architettura emozionale. Cosa c’entra in tutto questo Ennio Morricone? Lo spiegano senza fronzoli i critici dell’epoca e gli analisti cinematografici che si sono succeduti: il Maestro, per Leone, è stato come un apostrofo musicale necessario per sottolinearne l’audacia cinematografica.

Lo studio dei rumori

Una rivoluzione totale compiuta anche grazie alla scelta delle sonorità. Il compositore romano, nello specifico, aveva già musicato un western prima di imbattersi nel cinema di Leone: Duello nel Texas di Riccardo Blasco. Poi, con Sergio Leone, ha intrapreso un vero e proprio percorso fatto di ambizione e nuove vette che entrambi (non senza discutere) sono arrivati a toccare. Pensare che la prima volta che si sono rincontrati non hanno neppure saputo riconoscersi: frequentavano la stessa scuola nel corso della giovinezza, ma nessuno dei due aveva memoria di quegli anni. O meglio: i ricordi c’erano, ma avevano entrambi l’impressione di non aver condiviso nulla.

Un oblio che è servito a tracciare il sentiero del futuro. Un avvenire, che è quello con cui molti autori e registi fanno i conti ancora oggi, dove l’orchestra e i maestri contano tanto quanto gli altri capi struttura nella riuscita di un lungometraggio. Per capirlo è sufficiente ricordarsi, o rileggere per chi non ha avuto modo di viverli, i diverbi tra Morricone e Leone.

Spaghetti Western e una nuova età dell’oro

Il regista era perentorio, netto, intransigente. Morricone aveva trovato pane per i propri denti, ma doveva tenere il punto. Nel corso del primo Western targato Leone, a Morricone era stato chiesto di creare qualcosa di simile a Dimitri Tiomkin. Il compositore romano fece tutto il contrario, successivamente dichiarò: “Dovetti rifiutare per una questione di professionalità, quindi decisi di ispirarmi a un mio vecchio brano. Simile a una ninna nanna”. I risultati furono ottimi.

Da quel momento Leone capii, a malincuore, che doveva imparare a smussare qualche angolo ed evitare alcune pretese: l’accordo era semplice. Morricone leggeva le sceneggiature e i soggetti, poi, ci pensava lui. Quel che il compositore è riuscito a fare con opere che vanno da Per un pugno di dollari fino a Giù la testa passando per Il Buono, il Brutto e il Cattivo fino a C’era una volta in America e Per qualche dollaro in più, rasenta la perfezione. Una vera e propria rivoluzione artistica fatta di uno studio complesso e puntuale dei rumori, fondamentali tanto quanto le canzoni. Concetti come la pulizia del suono e la collocazione successiva sono entrati di diritto nelle enciclopedie cinematografiche riscrivendo (anche) un metodo di lavoro oltre che di apprendimento.

Da Bellocchio a Tarantino

Morricone, successivamente, ha accompagnato altri grandi del cinema: da Pasolini a Bellocchio, passando per Corbucci, Sollima, Petri, Gassmann, Comencini, Argento e Verdone. Senza contare i successi all’estero, grazie – fra gli altri – a De Palma, Carpenter, Polanski e William Friedkin. L’ultimo, in ordine di tempo, fu Quentin Tarantino che lo ricorda così: “Ennio Morricone è come Mozart o Beethoven, un Maestro che rende la musica immortale. Grande compositore e artista sublime”.

Uno degli innumerevoli attestati di stima che ha ricevuto, ma forse la gioia più grande per il Maestro – ancora oggi con la M maiuscola non a caso – è sapere che la propria rivoluzione è finalmente compiuta. I film, al cinema e in televisione, non possono prescindere da uno studio e una selezione musicale che devono essere entrambi accurati.

La perfezione melodica

L’arrangiatore diventa maestro, come qualifica professionale, nel momento in cui non si fa scegliere ma riesce a scegliere cosa sia meglio – in termini armonici – per restituire il senso di un’opera. Morricone ha speso una carriera inseguendo i suoni, ricercando la perfezione melodica e l’essenza di una combinazione di note. Ora c’è chi lo fa al posto suo, ovunque, senza dimenticare la sua lezione: dare il meglio per lo studio della partitura e la composizione, ricercare il suono più pulito senza sottovalutare il contesto e (ripercorrendo Bertolt Brecht) inchinarsi soltanto per raccogliere l’applauso del pubblico.


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