Energia, l’Europa resta esposta agli shock di petrolio e gas
Il nuovo conflitto in Medio Oriente rischia di riportare al centro della scena una delle principali fragilità dell’economia europea: la dipendenza dalle importazioni di idrocarburi. Secondo un’analisi pubblicata da S&P Global Ratings, petrolio e gas importati coprono poco meno del 60% del fabbisogno energetico dell’Europa, esponendo il continente agli shock dei prezzi sui mercati internazionali. Se i prezzi dell’energia dovessero rimanere per un periodo prolungato ai livelli elevati registrati nelle ultime settimane, avverte l’agenzia di rating, le conseguenze potrebbero essere rilevanti per l’economia europea. Crescita, conti pubblici, inflazione e bilancia dei pagamenti risentirebbero infatti dell’aumento dei costi energetici.
Negli ultimi anni, tuttavia, l’Europa ha dimostrato una capacità crescente di adattamento agli shock energetici. Le crisi degli ultimi anni, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, hanno accelerato il processo di riduzione dei consumi energetici e migliorato l’efficienza dell’economia. Stando ai dati di S&P, l’Unione europea ha iniziato il 2026 con un’intensità energetica del Pil inferiore del 31% rispetto al 2019. Un risultato significativo se si considera che circa la metà di questa riduzione è avvenuta dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Parallelamente si è ridotto anche il consumo complessivo di energia. Dal 2019 il fabbisogno energetico dell’Unione europea è diminuito del 13%, mentre nello stesso periodo negli Stati Uniti è aumentato.
La riduzione della domanda europea riflette diversi fattori strutturali. In parte è legata alla chiusura o riduzione di impianti ad alta intensità energetica, in particolare nei settori chimico – inclusa la produzione di fertilizzanti – e metallurgico. Ma pesa anche il cambiamento del modello economico europeo. Negli ultimi anni sono aumentati gli investimenti in tecnologie e macchinari per il risparmio energetico, mentre il peso del settore dei servizi nel prodotto interno lordo è cresciuto. Allo stesso tempo l’Europa ha incrementato le importazioni di beni ad alta intensità energetica prodotti in altre aree del mondo, riducendo di fatto il consumo energetico interno.
Per S&P, tuttavia, i dati medi sull’offerta energetica europea nascondono forti differenze tra i Paesi membri. La dipendenza dai combustibili fossili e la sensibilità ai prezzi di petrolio e gas variano infatti in modo significativo tra le diverse economie del continente. Tra i Paesi più energivori figurano in particolare quelli con grandi infrastrutture portuali e un forte settore marittimo, come Belgio, Cipro, Grecia, Malta, Paesi Bassi e Spagna. In questi casi l’elevato consumo energetico è legato anche al ruolo logistico e commerciale svolto da queste economie.


La Spagna, ad esempio, rappresenta uno dei principali hub europei per l’importazione e lo stoccaggio di gas naturale liquefatto (Gnl), con infrastrutture che servono non solo il mercato nazionale ma anche altri Paesi europei. I dati sull’offerta energetica, prosegue S&P, potrebbero inoltre non riflettere pienamente il ruolo di alcune economie come piattaforme di riesportazione dell’energia, sia trasformata sia non trasformata. In questi casi parte dei flussi energetici importati viene successivamente riesportata, generando valore aggiunto che contribuisce alla crescita del Pil. In questo scenario, conclude S&P, l’impatto economico della guerra in Medio Oriente sull’Europa dipenderà soprattutto dalla durata delle tensioni sui mercati energetici e dall’andamento dei prezzi di petrolio e gas nei prossimi mesi.
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