Empatia e giustizia: ecco perché il dolore delle vittime viene spesso dimenticato

Nei processi mediatici e giudiziari il dolore delle vittime tende a scolorire, a diventare sfondo. L’attenzione si sposta sugli imputati, sulle prove, sulle perizie, sulle strategie difensive. Si analizzano moventi, profili psicologici, attenuanti. Intanto chi resta, chi sopravvive, chi continua a vivere con un’assenza insopportabile, viene lentamente spinto ai margini del racconto. Come se il dolore, una volta mostrato, dovesse poi fare silenzio.
Eppure il trauma non segue i tempi della giustizia. Non si chiude con una sentenza, non si placa con un verdetto. I familiari delle vittime restano sospesi in un tempo diverso, fatto di anniversari, di domande senza risposta, di una quotidianità che non torna più come prima. Ma questo dolore profondo, non spettacolare, non fa audience. Non divide, non accende polemiche. Così viene dimenticato.
Viviamo in una cultura che rischia di umanizzare più facilmente chi commette il reato che chi lo subisce. Si cerca di capire l’assassino – ed è giusto farlo – ma spesso ci si dimentica di guardare chi è stato spezzato per sempre. L’empatia sembra diventare selettiva, quasi un lusso. Come se comprendere il dolore delle vittime significasse rinunciare alla complessità, quando invece è esattamente il contrario.
L’empatia non è incompatibile con la giustizia. Ne è il fondamento umano. Senza empatia, la giustizia diventa solo procedura, tecnica, distanza. Ricordare le vittime significa restituire senso, dignità, memoria. Significa non ridurre una tragedia a un fascicolo, a un numero di ruolo, a un titolo destinato a essere sostituito dal prossimo.
Dietro ogni caso c’è una vita spezzata. Dietro ogni vita spezzata c’è una rete di affetti devastati. E dietro ogni titolo che scorre veloce c’è una responsabilità collettiva: scegliere se guardare davvero o voltarsi dall’altra parte. Perché una società che dimentica le vittime rischia di perdere non solo la memoria, ma anche la propria umanità.
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