Emigrazione sanitaria, il nostro Pronto soccorso ha il numero di un gate
Il dramma dell’emigrazione sanitaria nella toccante storia raccontata da Antonio Cavallaro, una vita segnata dai viaggi in cui “il pronto soccorso ha il numero di un gate”
Ho appena finito di chiudere l’ultima valigia, controllato per l’ennesima volta la borsa con i farmaci e la cartellina con i referti medici e i documenti. Mi siedo per dare sollievo alla schiena quando, scrollando il cellulare alla ricerca delle ultime notizie sull’Iran, leggo che il Presidente Mattarella ha dichiarato che le disparità nell’offerta delle cure sanitarie tra Nord e Sud sono inaccettabili. Sorrido.
Passo rapidamente in rassegna i costi dei vari biglietti aerei, ferroviari, alberghi ecc. Dall’aprile dello scorso anno, considerando anche il viaggio di domani mattina, abbiamo abbondantemente superato le 15 mila euro. In media, più di mille euro al mese.
Se fossimo stati una famiglia monoreddito o con un lavoro precario, come buona parte delle famiglie calabresi, avremmo dovuto chiedere una mano a qualcuno per comprare il cibo e pagare le bollette. Per ora ce l’abbiamo fatta. Abbiamo rinunciato alla macchina che avremmo dovuto comprare, tenendoci la nostra, che ha spento 16 candeline, alle vacanze e perfino ai regali di San Valentino o per l’anniversario: la salute di nostro figlio è il regalo più grande che possiamo farci. Peccato non dipenda dalla nostra volontà.
Siamo una famiglia con la valigia sempre pronta che talvolta si disfa giusto per il tempo di fare il bucato e stirare la biancheria di un viaggio per poi partire per un altro. Il nostro pronto soccorso ha la lettera e il numero di un gate.
I tanti viaggi della speranza (e anche qualcuno della disperazione) sono cominciati presto, quando G. aveva solo 20 giorni di vita. Qualche tempo fa ho provato a conteggiarli tutti e fare una stima dei costi. Mi sono arreso subito.
Abbiamo finora affrontato tutto con pazienza, mettendo al primo posto la salute di nostro figlio: purché stia bene lui, ci diciamo sempre, possiamo anche scalare le montagne. Mi salta però la mosca al naso quando leggo dei costi dell’emigrazione sanitaria. Di quanto pesino sul bilancio della nostra regione e sulle misure che si devono adottare per ridurla.
Chissà – mi chiedo – se qualche bravo economista di una delle nostre università non abbia voglia di condurre una ricerca per capire quanto costano sul bilancio delle famiglie? Partiamo dalla voce macroscopica più evidente: i viaggi. Certo, grazie a Dio, esistono i voli low-cost la cui esistenza è ben nota ai tanti pendolari della sanità (basta fare due chiacchiere alla sera del venerdì, seduti vicino a un gate di un volo per Lamezia da Malpensa, Bergamo o Bologna per rendersi conto di quanti siano) ma come sanno tutti i pendolari i “costs” non sono tanto “low” quando si viaggia in estate o sotto le feste e soprattutto quando si prenota a ridosso del viaggio e le malattie, si sa, sono poco attente al calendario e hanno la singolare capacità di saper scombinare tutti i piani.
C’è poi il capitolo articolato delle spese di alloggio. In qualche città esistono strutture, come Casa Ronald della Fondazione McDonald ma – e giustamente, direi – danno precedenza a famiglie che hanno bisogno di lunghi periodo di alloggio come quelle di bambini con malattie oncologiche. Tutti gli altri sono costretti a scegliere di far curare i propri figli nelle città dove “c’è un appoggio” (un familiare, un fratello… persino un’anziana zia o un cugino… il famoso “familismo” meridionale che sarà anche amorale ma, alla fine, è sempre una scialuppa di salvataggio) oppure di prenotare un albergo o un b&b.
La presenza di questi ultimi nelle nostre città – anche stavolta, grazie a Dio – è cresciuta negli ultimi anni a dismisura, insieme all’aumento dei flussi turistici. Con quanto si spendeva prima per una camera con un letto e un bagno, ci si può permettere un bilocale con angolo cottura e risparmiare così sul costo dei pasti che ci si può preparare da soli. Ma anche il prezzo degli alloggi è fortemente variabile e dipendente sia dalla stagionalità che dagli eventi che si svolgono in quella città. Così a noi è capitato di dover alloggiare a Roma in concomitanza con i due ultimi giubilei, a Milano con le Olimpiadi o sul lago Maggiore in agosto… Se si potesse, voterei per la destagionalizzazione delle ospedalizzazioni!
«Papà, forse hai sbagliato – mi ha detto l’altro giorno mio figlio, tra qualche giorno quattordicenne – quando sono nato tu e mamma dovevate trasferirvi a Milano o in qualche altra grande città. Oggi non staremmo sempre a viaggiare e potremmo rimanere a casa nostra». Mi ha ferito. E molto. Perché sono uno dei (non tanti) calabresi che ha scelto di tornare in Calabria, che si è ripetuto mille volte che qui ci sono le stesse occasioni che ci sono altrove, basta saperle cercare e qualche volta creare. Per molti versi continuo a esserne convinto ancora, per altri non più. E il diritto alla salute è uno di questi.
Penso a Michele, figlio di un magazziniere di Catanzaro. Michele ha un fratellino gemello ma lui è nato con una patologia oculare molto seria che lo ha reso gravemente ipovedente. Ha un ritardo motorio e forse cognitivo ma qui non c’è nessun posto in grado di valutare in maniera multidisciplinare se il ritardo è frutto del deficit visivo o meno.
Penso al dolcissimo Mariano, di cui la stampa ha parlato così a lungo in questi giorni. C’è voluto il coraggio di qualche giornalista e l’intervento delle “Iene” perché vedesse finalmente rispettato il diritto a godere di quelle forme essenziali di assistenza che altrove sarebbe stato normale ricevere. Penso ai tanti volti di genitori di bambini con qualche forma di disabilità che ho incontrato in questi anni e che hanno rinunciato alla riabilitazione e a diagnosi specialistiche perché non potevano permettersi di viaggiare più volte fuori regione.
E penso infine a quei costi nascosti che la ricerca del nostro ipotetico economista, se non condotta casa per casa, famiglia per famiglia, potrebbe non rilevare. Sono costi sociali altissimi e hanno a che fare con la cura di genitori anziani che devono essere affidati a qualche struttura o a qualche vicina di buona volontà perché “devo partire per mio figlio”.
Penso alle lacrime dei genitori rimasti a casa a badare agli altri figli piccoli mentre mamma o papà è da solo a Milano o a Bologna a curare “la sorellina”. Penso a tutti quei figli non nati, quei figli abortiti già nelle intenzioni perché come si può accudire un bambino piccolo se si è in viaggio per curare quello più grande? Qual è stata la colpa dei bambini ammalati e delle loro famiglie? Quella di essere nati qualche centinaio di chilometri più a Sud?
Riconosco al Presidente Occhiuto la volontà di porre mano alla situazione disastrosa della nostra sanità, vedo anche l’effetto positivo di alcune azioni intraprese ma credo che l’impresa sia più grande delle forze di una qualsiasi regione. Temo che nessun presidente regionale potrebbe al momento far superare alla Calabria questo fossato. Ha ragione Mattarella: è un’ingiustizia inaccettabile che va contro quella uguaglianza dei diritti sancita dalla nostra Costituzione. Se è così, servirebbe allora che la sanità tornasse a essere di esclusiva competenza dello Stato, che scelga e distribuisca i medici, acquisti macchinari e costruisca strutture adeguate, altrimenti ci si dovrà rassegnare a un Sud che si svuota non tanto per mancanza di lavoro, ma per mancanza di diritti fondamentali.
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