Liguria

Emergenza dissesto, Ferraris: “Serve un patto coi privati, ma non si può mettere in sicurezza tutta Genova”


Genova. “Coinvolgere i privati è sicuramente la strada migliore. Non si può pensare che solo lo Stato in termini generali faccia la sua parte. Oggi bisogna ricostituire un patto tra pubblico e privato per gestire il rischio idrogeologico”. È quanto afferma Luca Ferraris, professore di idraulica genovese e presidente della Fondazione Cima, ente di ricerca che studia i cambiamenti climatici e le loro conseguenze, negli scorsi giorni coinvolto nel convegno organizzato dalla Filca Cisl per parlare del futuro del settore edile. Un futuro che dovrà comprendere nuove opere contro frane e alluvioni, soprattutto in una città gravemente esposta come il capoluogo ligure.

A Genova negli scorsi mesi si è posto con urgenza un tema finora sottovalutato: non solo i torrenti a rischio esondazione, non solo i versanti instabili, ma soprattutto le centinaia di muraglioni e terrapieni su cui è stata fondata l’espansione edilizia della città negli ultimi due secoli. Strutture lasciate spesso senza adeguata manutenzione, in molti casi arrivate alla fine del ciclo vitale del calcestruzzo armato, in buona parte di competenza di condomini che non possono (o non vogliono) investire i soldi necessari per metterle in sicurezza. Da qui la raffica di crolli che si registrano ad ogni ondata di maltempo.

E così, mentre la Protezione civile nazionale ha raccolto l’appello della sindaca Silvia Salis e ha dato incarico all’Università di Firenze di effettuare un monitoraggio di tutto il territorio con tecnologie satellitari, l’assessore Massimo Ferrante ha invocato una legge speciale, sul modello dei territori italiani ad alto rischio sismico, per garantire sgravi fiscali ai privati che devono intervenire a valle di perizie tecniche certificate.

Una strategia che trova concorde anche il professor Ferraris: “D’altronde – commenta – questo rischio nasce perché noi abbiamo fatto delle infrastrutture, abbiamo fatto dei muri e quindi questo rischio in qualche modo l’abbiamo creato. Non era un rischio naturale. E nel momento in cui c’è, anche il privato deve fare la sua parte”.

“Sicuramente c’è un tema di monitoraggio del territorio. Oggi abbiamo i satelliti, abbiamo strumenti per poterlo fare”, continua Ferraris. Che però avverte: “Non possiamo pensare di mettere in sicurezza l’intero territorio. Dobbiamo trovare degli strumenti, dei modi per convivere con questo rischio. Sicuramente ci sono situazioni più gravi su quali intervenire. Sulle altre dobbiamo adottare altri strumenti, ad esempio piani di protezione civile che ci permettano di mettere in campo azioni quando quel rischio aumenta”.

Secondo Ferraris saremo sempre più confinati verso due estremi opposti: “Stiamo andando verso momenti in cui l’acqua ci mancherà alternati a momenti in cui questa acqua cadrà tutta tutta tutta insieme“. Quindi non si tratta solo di riparare ciò che rischia di crollare, ma di adeguare tutta la progettazione delle grandi opere: “Siamo di fronte a scenari in cui le precipitazioni, soprattutto le precipitazioni intense, aumenteranno, e quindi anche le infrastrutture che andremo a progettare devono tenerne conto”. 

E poi, c’è un parola che si pronuncia ancora con un certo imbarazzo: delocalizzare. Cioè demolire gli edifici nelle zone più critiche e spostare altrove i residenti e le attività insediate. “Sicuramente la delocalizzazione è un tema – risponde Ferraris -. Ovviamente non si può immaginare di delocalizzare tutta Genova, però in quelle situazioni più gravi, quelle in cui il rischio non è sostenibile, allora sì, è uno strumento da utilizzare“. 




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