“Emergenza Casa, Bolzano ha bisogno dei Comuni limitrofi”
L’emergenza casa in Alto Adige non è solo una questione di numeri, ma di spazio, programmazione e governo del territorio. Bolzano, con i suoi confini stretti e un territorio limitato, non può realisticamente pensare di risolvere da sola una crisi che ormai riguarda tutta l’area urbana allargata. Ne è convinto Michele Stramandinoli, presidente dell’Istituto di Urbanistica, che nell’intervista a BZ News 24 invita a spostare lo sguardo dai confini comunali verso una logica di “area vasta”, resa ancora più attuale da progetti come Renneria a Pineta di Laives ma non solo. Da approfondire anche il dibattito sul futuro dell’Areale ferroviario, dove Stramandinoli ipotizza un recupero anche per fasi e per lotti, senza rinunciare però a una regia unitaria.

Cosa deve fare Bolzano per pianificare un’uscita dall’emergenza casa?
«Negli ultimi mesi, anche grazie alle iniziative realizzate insieme a 39100, è emersa con chiarezza una cosa: guardando il problema con gli strumenti dell’urbanistica, Bolzano non può più affrontare la questione casa come se fosse un tema “interno” ai suoi confini. La città vive criticità che sono comuni a tanti capoluoghi italiani ed europei, ma che qui hanno una particolarità: sono evidentemente sovracomunali, cioè legate a dinamiche che coinvolgono un’intera area e non soltanto un Comune. Bolzano poi ha un vincolo strutturale che non possiamo ignorare: è una città che si sviluppa su circa 52 chilometri quadrati, un territorio che è quello che è. E l’idea di “farci stare tutto dentro”, spingendo verso una densificazione estrema, significherebbe rischiare di comprimere la qualità urbana e, soprattutto, rinunciare a caratteristiche che rendono Bolzano una città particolare e in parte unica. Nessuno vuole una città completamente saturata, con qualità ridotta e un disegno denso fino al limite: sarebbe un errore strategico oltre che urbanistico.»
Quindi la soluzione sta fuori dai suoi confini?
«In parte sì: una quota importante della soluzione va trovata fuori dai confini comunali, dentro un ragionamento che coinvolga i Comuni limitrofi. Non parliamo di un’area metropolitana nel senso classico, non ci sono le dimensioni, ma di sicuro parliamo di un’area vasta. E non è affatto un concetto nuovo. Se torniamo indietro agli anni Sessanta, al Piano Piccinato, già allora c’era una visione che teneva conto della dimensione sovracomunale. È fisiologico: le città capoluogo sono intrecciate con il territorio circostante per la mobilità, per i servizi, per il lavoro, per la casa. Il punto è che in passato questo dialogo è avvenuto spesso in modo spontaneo e non programmato. Pensiamo, ad esempio, allo sviluppo di Laives e Bronzolo: espansioni che hanno risposto a bisogni reali, ma senza una vera cornice coordinata.»
Il problema è che adesso le realtà limitrofe non hanno tutta questa voglia di sedersi a parlare…
«È vero. In alcuni casi c’è una resistenza comprensibile: ci sono comunità che temono di essere snaturate, di perdere identità o di essere assorbite da una dinamica troppo sbilanciata verso Bolzano. Penso a realtà come Appiano, che davanti all’ipotesi di nuovi quartieri può percepire un rischio di trasformazione troppo forte. Ma è anche vero che questo non può diventare un alibi per non affrontare il problema. Ogni nuova scelta urbanistica si porta dietro una conseguenza immediata: i servizi. Asili, scuole, trasporti, impianti sportivi, assistenza, spazi di socialità. E queste cose non possono essere ignorate. Anche Laives, che oggi è una comunità strutturata con una sua identità, ci è arrivata in decenni. Ecco perché serve un ragionamento serio: l’integrazione tra territori non è una resa culturale, è piuttosto una costruzione condivisa attraverso i servizi. Bisogna far sì che le comunità trovino punti di incontro reali, che si condivida il “tempo della vita” della città e dell’area urbana. Anche solo una zona sportiva, per fare un esempio, può diventare un’occasione di relazione tra territori. Tutto questo, però, deve avvenire in modo più programmato. E infatti oggi siamo al punto in cui questa programmazione deve entrare dentro gli strumenti formali: nei programmi di sviluppo comunale. Stare insieme in una visione integrata era fondamentale, invece non è avvenuto davvero: Bolzano, ad esempio, si è aggregata verso il Renon, mentre la Bassa Atesina ha un suo comprensorio. È un tema che non si risolve dall’oggi al domani, non è un discorso da tempi immediati, ma il punto è che va cominciato. E va cominciato anche, per esempio, con un’idea semplice: non è obbligatorio che tra un Comune e l’altro ci sia sempre una sequenza ininterrotta di zone produttive, che di fatto diventano un ostacolo fisico e mentale a immaginare progetti condivisi.»
Sul progetto Renneria di Pineta: lei lo considera una risposta credibile al bisogno casa dell’area urbana bolzanina? E che giudizio dà sul punto più raccontato, cioè l’idea di un quartiere “senza auto” e molto orientato alla socialità?
«Il progetto, per come è stato impostato, ha un punto interessante: si orienta verso Bolzano assumendo come bussola non solo la residenza, ma l’idea di comunità. Questo è un dato positivo, perché oggi non basta più pensare alla casa come “metri quadrati”: bisogna pensare ai pezzi di città che si costruiscono. Se l’impostazione è quella, allora sì, può essere una proposta credibile. Detto questo, un Comune non può rispondere automaticamente con un sì o un no immediato. Non si può accogliere tutto “tout court”: bisogna verificare coerenza e compatibilità con la pianificazione e con i programmi di struttura comunale. Però è anche vero che qualcosa lì potrebbe succedere, e in generale ben vengano proposte private che, oltre al business residenziale, portino ragionamenti su servizi e infrastrutture sociali. Oggi si vede un’evoluzione: non c’è più solo chi propone “tre palazzine e basta”, e basta guardare come si è evoluta la legge urbanistica. Ci sono strumenti che permettono, ad esempio, al privato di contribuire in modo strutturale: un caso tipico è la possibilità di realizzare un asilo di quartiere in cambio di diritti edificatori. Naturalmente il privato fa anche il proprio interesse e costruisce un modello economico: è normale. Il tema, però, è che un ragionamento di questo tipo non dovrebbe essere affidato interamente e in tempi rapidi al solo Comune di Laives. Se lo trattiamo come una questione di sistema, la cornice deve essere più ampia»
In questo coordinamento, che ruolo dovrebbero avere le amministrazioni? E soprattutto: cosa può fare un Comune da solo e cosa invece non può fare senza regia provinciale?
«La regia deve rimanere pubblica. Le proposte private sono importanti, ma non devono diventare l’unico motore del cambiamento: serve una regia comunale, capace di costruire cornici, raccordi e accordi. Penso, per esempio, a un’intesa strutturata tra Bolzano e Laives: un quadro di collaborazione che non sia episodico ma stabile. Oggi manca un vero senso di area vasta. Ed è proprio qui il nodo: la risposta a progettualità come Renneria, oggi, è formalmente affidata al solo Comune di Laives. Ma in un’ottica di pianificazione sovracomunale quella risposta sarebbe inevitabilmente più equilibrata, più calibrata, più giusta anche per le conseguenze che produce sulla città capoluogo. Lasciare la “palla” a un solo Comune è, in fondo, un’impostazione un po’ anacronistica rispetto alla realtà dei flussi e delle esigenze»
In un’intervista al Tgr della Rai lei ha aperto al frazionamento in lotti del progetto Areale per recuperare aree disponibili. Non si rischia di andare incontro ad una frammentazione che faccia perdere l’omogeneità dell’intervento complessivo?
«Il rischio esiste, ed è proprio per questo che la premessa è chiara: il Masterplan deve rimanere la bussola. Se perdiamo quella, perdiamo la regia e perdiamo un disegno urbano complessivo. La visione deve rimanere unica. Detto questo, dobbiamo anche essere onesti: il concetto di sviluppo che era stato pensato vent’anni fa va aggiornato. Le città cambiano e cambiano le funzioni di cui hanno bisogno. L’emergenza casa oggi è diversa da quella di allora: nel periodo in cui il Masterplan era stato impostato, la città usciva da un’emergenza che era stata affrontata attraverso operazioni come Casanova e Firmian. Oggi invece è evidente che servirebbe una percentuale più alta di edilizia sociale, in particolare alloggi IPES, e già questo modifica profondamente l’impianto. Poi ci sono i servizi. Un grande intervento urbano non può più essere solo residenza e basta: deve contenere servizi, spazi collettivi, funzioni che tengano insieme la città. Quindi il piano va rivisto e aggiornato. Sul tema dei lotti: la realizzazione non è più pensabile come un intervento unico, gestito da un soggetto unico. Non avviene più in nessuna città di queste dimensioni. C’è stata una stagione storica in cui le stazioni e gli areali ferroviari venivano trasformati con grandi operazioni unitarie: oggi quella stagione è alle spalle. E allora dobbiamo ragionare su lotti più piccoli, su fasi realizzative progressive, senza perdere il quadro generale.»
Cosa dovrebbe fare nell’immediato la città?
«Nell’immediato si può soprattutto tamponare. Ma anche i tamponamenti, se ben progettati, possono diventare tasselli utili. Penso ad esempio alle caserme Gorio, che possono rappresentare una risposta transitoria importante con più di un centinaio di alloggi in arrivo. Un altro punto decisivo potrebbe essere l’istituzione di un’Agenzia per gli Affitti con regia provinciale. Sarebbe uno strumento in grado di dare maggiore sicurezza ai proprietari: sia in termini economici, sia in termini di percezione del rischio. Se si riduce l’incertezza, si può aumentare l’offerta di affitti disponibili. In Italia ci sono esperienze virtuose in questa direzione. Infine, un intervento immediato e molto utile sarebbe una stretta seria sui controlli degli alloggi convenzionati: lì potrebbero esserci distorsioni che, se corrette, possono restituire parte del patrimonio abitativo alla funzione originaria»
Aggredire il cuneo verde?
«Non è detto che sia la bacchetta magica. Anzi. Prima di tutto perché sono operazioni che richiedono tempi lunghi: tra compravendite o espropri, pianificazione e cantieri, parliamo facilmente di 4-5 anniprima di vedere un effetto reale. Poi dipende dalle superfici e dal tipo di intervento. Se espropri o acquisti per poi costruire palazzine contenute con alloggi che finiscono per essere molto costosi, non hai prodotto una risposta significativa al problema. Hai creato residenza, sì, ma non hai risolto l’emergenza. La verità è che non esiste una strada facile. Tutte le soluzioni richiedono un disegno più complessivo, una pianificazione approfondita e soprattutto un cambio di scala: non possiamo più ragionare per singolo lotto o singola opportunità. Serve un orizzonte più ampio, bisogna allargare i confini mentali e amministrativi con cui si pensa alla casa. È una crisi urbana, e come tutte le crisi urbane si governa solo con politiche territoriali integrate».
✍️ Alan Conti




