«Effetti negativi immediati. Rotta fondamentale senza alternative»
ANCONA Il butterfly effect applicato alle fiamme che si levano in Medio Oriente. La guerra scoppiata nel Golfo Persico, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran iniziato sabato mattina, investe come in un sinistro effetto domino anche i porti italiani, quello dorico compreso. Gli scali del Bel Paese (soprattutto quelli affacciati sull’Adriatico) si preparano a fare i conti con i contraccolpi causati dall’escalation militare ai traffici delle merci tra Europa e Oriente. E la logistica è il primo tassello della filiera ad essere toccato.

Gli operatori del porto guardano con apprensione a quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz, di fatto chiuso dai pasdaran iraniani (quasi nessuna nave può attraversarlo): per quel fondamentale collo di bottiglia che separa il Golfo Perisco dal Golfo dell’Oman, passa circa il 30% del petrolio mondiale. Lì si affacciano Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain, Qatar e Oman. E lì i container del porto dorico navigano per raggiungere Middle East e Far East.
La mappa della crisi
Gli scali adriatici fanno fatica ad essere competitivi con quelli del Tirreno nelle rotte verso Nord e Sud America e quindi hanno nel Medio Oriente e nei Paesi dell’Est asiatico (Cina in testa) le destinazioni d’elezione.
Una geografia economica che aveva già subito una battuta d’arresto nel 2024, quando il Canale di Suez iniziò ad essere tenuto in ostaggio dai ribelli Houthi, «ma almeno, in quel caso, avevamo un’alternativa», osserva Alberto Rossi, ceo della Frittelli Maritime Group Spa, il principale gruppo di logistica portuale di Ancona.
«I traffici che arrivano dal Far East, nel momento in cui non potevano passare dal canale di Suez, circumnavigavano il Sud Africa. E dopo un’iniziale reazione isterica che aveva visto i noli schizzare alle stelle, la situazione era tornata stabile».
Con il blocco di Hormuz, invece, la situazione diventa molto più critica: «Per quell’area – osserva l’armatore – non c’è un collegamento alternativo e per il servizio container dal porto di Ancona, Paesi come Emirati Arabi e Bahrein sono destinazioni fondamentali. Ci saranno effetti negativi immediati». Ricorda come, fino a 35-40 anni fa, il traffico container che usciva dal porto di Ancona fosse diretto per l’80% verso il Golfo Persico. «Ovviamente nel frattempo, la percentuale si è ridotta perché ora è il Far East a farla da padrone, ma rimangono per noi delle destinazioni molto importanti». È ancora Difficile misurare l’intensità dell’impatto negativo del blocco dello stretto di Hormuz sugli operatori del nostro porto, che si presenterà anche con un’altra veste: il costo del petrolio già schizzato alle stelle, con effetto tsunami sul costo del carburante.
Le conseguenze
Un combinato disposto che, se prolungato nel tempo, manderebbe in tilt il comparto. «Si stanno facendo delle valutazioni il cui impatto ancora è prematuro – l’analisi di Andrea Morandi, ceo di Morandi Group – Siamo sicuramente a rischio. Il nostro lavoro è ormai una missione», l’amara considerazione. Molte navi e petroliere risultano ferme all’imbocco dello Stretto. In media, ogni giorno transitano da Hormuz 20 milioni di barili di petrolio, un quinto della domanda globale.
È uno dei principali snodi energetici al mondo, uscita obbligata per le esportazioni di greggio e gas di Paesi quali Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Msc Crociere ha fatto sapere che, «a causa dell’attuale situazione e della chiusura dello spazio aereo nella regione del Medio Oriente, Msc Euribia rimarrà ormeggiata nel porto di Dubai». La prossima crociera prevista in partenza da Doha (Qatar) il 1° marzo «è stata cancellata. Msc Crociere sta attualmente riesaminando tutte le sue operazioni nella regione». Un proliferare di conseguenze nefaste che non fa presagire niente di buono. Il butterfly effect, appunto.




