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Eduardo De Filippo continua ad essere una presenza viva nella scena italiana

A oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, Eduardo De Filippo (1900-1984) continua ad essere una presenza viva nella scena italiana. Anzi, negli ultimi tempi sembra che l’interesse nei suoi confronti sia addirittura aumentato, se consideriamo il numero e non di rado anche il valore delle riproposte teatrali, televisive e cinematografiche che lo hanno riguardato. Per limitarmi alle prime, si va, ad esempio, da Antonio Latella (Natale in casa Cupiello, 2014) a Mario Martone (Il sindaco del rione Sanità, 2017), da Toni Servillo (Le voci di dentro, 2013) a Carlo Cecchi (Sik Sik, l’artefice magico e Dolore sotto chiave, 2022), agli “omaggi” di Enzo Moscato (Ta-kai-ta, 2012 e sgg.) e Lino Musella (Tavola tavola, chiodo chiodo, 2021).

Eppure, per molto il tempo, il suo rapporto con il teatro italiano non è stato facile, anche e soprattutto a Napoli, la sua città. Nel dopoguerra, l’ingombrante presenza sul Golfo del “monumento” Eduardo agì da freno al rinnovamento della scena locale, nonostante alcune sue coraggiose iniziative: dalla riapertura del teatro San Ferdinando alla creazione di una compagnia dedicata al repertorio paterno, La Scarpettiana (lo racconta Marta Porzio in un libro ancora insostituibile: La resistenza teatrale. Il teatro di ricerca a Napoli dalle origini al terremoto, Bulzoni, 2011). Tant’è vero che, quando negli anni Sessanta emergono a Napoli i primi tentativi di innovazione e ricerca, essi si caratterizzano per la completa rimozione di Eduardo, ridotto a “fantasma”. Una rimozione che durerà a lungo.

Le cose andarono diversamente fuori Napoli, se è vero che, mentre le neoavanguardie si muovono in ben altre direzioni, caratterizzate spesso da scelte in favore dell’immagine piuttosto che della parola, tre alfieri del nuovo teatro del calibro di Carmelo Bene, Carlo Cecchi e Leo de Berardinis dichiarano subito il loro debito per l’arte del grande attore autore.

Quanto a Bene, egli diceva di considerarsi “figlioccio di Eduardo” e, nel 1982, condivise il palco con lui per un recital che ebbe larga risonanza.
Agli inizi del percorso teatrale di Cecchi, ci sono – per sua esplicita ammissione – il Living Theatre e appunto Eduardo, con il quale lavorò una sola stagione nel 1969. La breve ma intensa full immersion nella realtà teatrale partenopea gli fu fondamentale, fra l’altro, per l’assunzione del dialetto come precisa scelta espressiva. Da lì Cecchi inizia un viaggio all’indietro che lo porta a risalire ai prototipi della farsa napoletana, Eduardo Scarpetta e soprattutto Petito, di cui rivisita due testi: Le statue movibili (1971) e ‘A morte dint’o lietto ‘e don Felice (1974). Nel 1985 è la volta di Lu curaggio de nu pompiere napulitano di Scarpetta. Infine, si misurerà con lo stesso Eduardo, mettendo in scena Sik Sik, l’artefice magico (2000, ripreso più volte).

Per Leo de Berardinis, Eduardo, di cui è spettatore ammirato fin da giovanissimo, ha sempre rappresentato una fonte d’ispirazione come attore. Nel 1968, assieme a Carmelo Bene, concepisce un progetto cinematografico su Don Chisciotte, per il quale avrebbe voluto riunire i due fratelli De Filippo, in rotta da anni. Non se ne fece nulla. Nel 1979 tentò, senza fortuna, di farsi dare i diritti di Filumena Marturano, commedia per la quale nutriva una vera ossessione. Si “vendicò” inserendo pochi mesi dopo una delle scene più famose della commedia nello spettacolo De Berardinis-Peragallo. Finalmente, con Ha da passà ‘a nuttata (1989), Leo arriva a costruire uno straordinario viaggio dentro il teatro eduardiano. In questo spettacolo comparivano vari attori napoletani: Iaia Forte, Marco Manchisi, Antonio Neiwiller e Toni Servillo, figure emergenti della nuova scena partenopea. In particolare, Servillo sarà fra i protagonisti del rilancio di Eduardo.

Sul controverso rapporto di Eduardo con Napoli è disponibile ora anche un saggio di Antonio Grieco, incentrato sulla minuziosa, partecipe ricostruzione del rapporto di amicizia e collaborazione che legò per una vita al grande attore autore il pittore e critico Paolo Ricci, suo scenografo e soprattutto sostenitore per decenni dalle colonne di riviste e quotidiani, a cominciare da L’Unità (Eduardo e Paolo Ricci, storia di un’amicizia tra impegno civile, teatro e vita, in “Infiniti Mondi-speciale”, 37, 2024). Mentre il reference book per la drammaturgia è costituito dal vasto studio di Anna Barsotti, Eduardo: il romanzo teatrale delle “Cantate”. Tutti i testi sotto esame, Bulzoni, 2023.


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