Ambiente

Economia, pace e diritti umani. Dalle cornici teoriche alle scelte pubbliche

Le tensioni attuali — in Ucraina, a Gaza e altrove — sono laboratori drammatici per testare le connessioni tra regole economiche, politiche pubbliche e diritti fondamentali.

La guerra in Ucraina ha provocato una caduta drammatica del reddito nazionale. Nei primi mesi del conflitto il PIL dell’Ucraina è crollato del 30-35 %. In un contesto di guerra, le libertà civili e politiche sono spesso limitate attraverso lo stato d’emergenza, la repressione, i controlli militari. Milioni di ucraini hanno cercato protezione all’interno del Paese o nei Paesi vicini creando un elevato fenomeno di rifugiati. Ciò ha sollevato questioni di diritti dei profughi, protezione internazionale, alloggi, integrazione sociale ed economica. Il principio dell’effettività dei diritti diventa una sfida e, dunque, come garantire salute, istruzione, accesso al lavoro in contesti dove infrastrutture essenziali sono distrutte? In Ucraina, quindi, lo scontro non è solo militare ma è anche battaglia sulla riduzione delle opportunità e delle garanzie per la popolazione civile. Le misure economiche (ricostruzione, aiuti esterni, debito pubblico, politiche fiscali post-conflitto) devono essere valutate anche alla luce dei diritti da ristabilire.

Ancora, il caso di Gaza rappresenta un esempio tragico e urgente di come conflitto, occupazione, assedio e infrastrutture distrutte si intrecciano con un collasso quasi totale dell’economia e la negazione sistematica dei diritti. Il conflitto iniziato il 7 ottobre 2023 ha provocato perdite infrastrutturali pari a circa 18,5 miliardi di dollari nei primi mesi, molte volte il PIL della Striscia. Secondo i dati della Banca Mondiale, nella prima parte del conflitto l’economia palestinese è entrata in “freefall”: Gaza da sola ha visto un calo dell’attività economica tale da trasformarsi in quasi collasso. La povertà è esplosa, solo nel 2024 il 74,3 % della popolazione palestinese era in condizioni di povertà, oggi questo dato è stato ampiamente superato. La chiusura delle frontiere, restrizioni di merci, carburanti, elettricità e materiali ha già da anni limitato lo sviluppo economico. L’impatto ambientale è massiccio tra inquinamento, distruzione del suolo, contaminazione idrica tanto che il Programma Ambientale ONU (UNEP) definisce l’impatto come “senza precedenti”. Si è inoltre discusso del concetto di ecocidio nella Striscia come modalità sistemica di distruzione della base ambientale del diritto alla vita e all’abitare. Il diritto alla salute è stato messo ai limiti del collasso a causa della carenza di farmaci, attacchi agli ospedali, al personale sanitario intrappolato, ai blackout elettrici e il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è stato gravemente compromesso, attraverso la distruzione di pozzi e degli impianti idrici danneggiati. Il diritto alla istruzione è stato interrotto (scuole distrutte, docenti e studenti vittime delle ostilità e del collasso dei servizi) così come il diritto al cibo a causa dello stremo delle risorse agricole e della distruzione delle infrastrutture alimentari che inducono una condizione di insicurezza alimentare estrema, con rischio di carestia in alcune aree. Il diritto alla mobilità e al lavoro è stato azzerato e l’occupazione militare e l’assedio non solo impediscono il diritto a una vita dignitosa, ma costruiscono un’economia dell’occupazione che ha spesso caratteristiche di estrazione e dipendenza. Sul piano culturale, il patrimonio, gli spazi pubblici e i simboli sono stati distrutti in misura rilevante, colpendo il diritto all’identità e alla memoria storica. In sostanza, Gaza è un test crudo e drammatico della teoria dove i diritti economici, sociali e culturali hanno subito una compressione totale, non solo come conseguenza del conflitto, ma come strategia di controllo territoriale.

Riflettendo sulle difficoltà di trovare una soluzione o perlomeno una sospensione di questi drammatici eventi perché parlare insieme di economia e diritti umani.

L’instabilità geopolitica, la transizione ecologica, le disuguaglianze crescenti e l’innovazione tecnologica rimettono al centro una domanda antica: a cosa serve l’economia, se non a garantire vita dignitosa e libertà effettive? Questo interrogativo è il punto d’incontro tra due recenti cantieri di ricerca e cioè quello sull’integrazione tra sistemi economici e diritti umani, curato da Francesco Vigliarolo in Economic Systems and Human Rights (Palgrave/Springer Nature), e quello di Janneke Gerards sui principi generali della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) in General Principles of the ECHR (Cambridge University Press).


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