Ecco l’identikit del caregiver (il 52% è uomo), il peso del carico di cura e il ruolo della rete sociale
In Italia la solidarietà familiare non è solo un valore, ma una pratica quotidiana profondamente radicata nella cultura collettiva. Osservarla da vicino significa interrogarsi su come gli obblighi reciproci percepiti tra individui influenzino le scelte personali, familiari e anche il ricorso ai servizi di assistenza. Le reti di supporto informali, infatti, possono rappresentare al tempo stesso una risorsa fondamentale e un vincolo che orienta, talvolta limita, i percorsi di vita. È proprio da questa prospettiva che nasce il progetto di rilevante interesse nazionale PRIN 22 “Il capitale sociale nelle pratiche di cura in Italia: caregiving e supporto sociale in tempi di pandemia (Social capital as resource of care practice in Italy: Caregiving and social support in pandemic time), realizzato in partnership tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Milano (principal investigator) e le Università di Verona e del Molise. Una ricerca innovativa sia per l’oggetto di studio, sia per l’impianto metodologico adottato.
Al centro dell’indagine non c’è soltanto il caregiver informale – chi si prende cura di una persona fragile, malata o disabile – ma l’intera rete relazionale in cui questa funzione si inserisce. Lo sguardo dei ricercatori si sposta così dal ruolo prevalentemente funzionale dell’assistenza alla sua dimensione relazionale: il caregiving non riguarda mai un solo individuo, ma coinvolge la famiglia, gli amici, i vicini, le reti di prossimità che possono sostenere, affiancare, oppure essere profondamente condizionate dalla situazione di cura. È il caso, ad esempio, dei giovani caregiver, la cui possibilità di progettare il futuro può risultare fortemente limitata. Prendersi cura di una persona vulnerabile, emerge dalla ricerca, modifica le reti sociali preesistenti: può rafforzare legami, generarne di nuovi o, al contrario, interromperne alcuni. In ogni caso, il caregiving va ben oltre l’azione del singolo e produce effetti diffusi sull’intero network relazionale. Dal punto di vista metodologico, lo studio ha adottato un disegno articolato che combina indagini qualitative e una survey quantitativa a livello nazionale, condotta su un campione rappresentativo della popolazione maggiorenne residente in Italia, secondo le proporzioni per sesso, età e macroarea geografica.
I dati della survey, realizzata su 1.504 persone, restituiscono un quadro significativo: l’86,8% degli intervistati dichiara di aver fornito aiuto ad almeno una persona negli ultimi 12 mesi. Di questi, quasi il 29% afferma di aver prestato aiuto almeno una volta a settimana a una o più persone vulnerabili. I caregiver non appartengono a una sola fascia d’età: il 27,2% è composto da anziani, il 16,8% da giovani sotto i 35 anni, mentre la maggioranza (56%) è costituita da adulti. Colpisce anche il dato di genere: il 52,7% dei caregiver è di sesso maschile, segno che la cura non è più un compito esclusivamente femminile. Uno degli elementi più rilevanti che emerge dall’analisi riguarda il ruolo della rete sociale. La sua presenza – o assenza – e la qualità delle relazioni che la compongono influenzano profondamente l’esperienza di caregiving e le sue conseguenze. I ricercatori individuano diverse configurazioni: dai caregiver solitari e isolati, privi di supporto, a quelli affiancati da un “alter ego” che può sostituirli nei compiti di cura; fino alle forme di caregiving condiviso, in cui un gruppo ristretto di persone divide responsabilità e mansioni, o al caregiving diffuso, che coinvolge una parte significativa del network.
Il rapporto con i servizi sanitari e assistenziali rappresenta un altro snodo cruciale. Dall’analisi emergono tre profili principali. I “fedeli” del servizio pubblico, che esprimono fiducia nel Servizio sanitario nazionale e nelle competenze dei professionisti, spesso con una nota di sorpresa per un’esperienza positiva percepita come quasi eccezionale. Gli “sfiduciati” del pubblico, che ricorrono prevalentemente al privato perché giudicano i servizi pubblici inadeguati, poco personalizzati o difficilmente accessibili. Infine, i “realisti ricompositivi”, che combinano l’uso del servizio pubblico con prestazioni private o di terzo settore per rispondere a bisogni specifici e integrare l’intervento dei professionisti. Il denominatore comune, però, resta il peso del carico di cura. Per tutti i caregiver coinvolti, la richiesta è chiara e urgente: più servizi, più accessibili, capaci di sostenere concretamente chi ogni giorno si prende cura degli altri.
* Professoressa ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi in Università Cattolica
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