Veneto

ecco le sfide che attendono l’Azienda ospedaliera


Un mese di ascolto, studio e osservazione, prima di prendere in mano la rotta. È da qui che Paolo Fortuna ha scelto di partire nel suo primo vero discorso programmatico da direttore generale dell’Azienda ospedaliera, presentando oggi, lunedì 13 aprile, la nuova direzione strategica. Il tono scelto non è stato quello della rottura, ma della responsabilità. Fortuna ha descritto l’ospedale padovano come una macchina già forte, in crescita, chiamata ora a entrare in una fase nuova senza perdere la propria identità. «Ho iniziato questo incarico con un atto di umiltà: studiare – ha detto Fortuna -. Studiare un’organizzazione straordinaria, il più grande ospedale d’Italia per posti letto, un’azienda che funziona, che cresce e che oggi si trova in una fase di trasformazione epocale. Il mio compito non è stravolgere, ma dare una direzione coerente e condivisa a un percorso già avviato, accelerandone le potenzialità».

I tre pilastri identitari dell’azienda sono ricerca e formazione, tecnologie e digitalizzazione, cura e assistenza. Le tre grandi sfide sono denatalità, marginalità sociale e accesso alle cure, invecchiamento. Le cinque priorità operative diventano adeguamento alla pianificazione regionale, cybersicurezza e digitalizzazione, ascolto, sostenibilità e appropriatezza, innovazione organizzativa e tecnologica. Il triplice ruolo dell’Azienda ospedaliera viene condensato in tre verbi: gestire, aiutare, sviluppare. E il futuro ha già quattro nomi chiave: Salus Pueri, hospice pediatrico, risonanza magnetica 7 Tesla, polo ospedaliero di Padova Est.

Ma più dei titoli, nel discorso del direttore generale ha pesato il modo in cui questi concetti sono stati tenuti insieme. Fortuna ha insistito sul fatto che la cura non può ridursi a un atto tecnico, ma deve essere presa in carico piena della persona, umanizzazione dei percorsi, capacità di accompagnare il paziente in modo comprensibile e dignitoso. «La cura non è solo un atto tecnico: è presa in carico della persona, è umanizzazione del percorso sanitario – ha sottolineato -. Voglio che ogni paziente che entra in questo ospedale si senta visto, spiegato, accompagnato. Dare più tempo e più tempo in dignità è la bussola che intendo seguire».

Da qui il collegamento con la sfida demografica più pesante: l’invecchiamento. Fortuna l’ha letto non come una semplice questione statistica, ma come un passaggio che impone alla sanità di cambiare paradigma. Non basta più curare la malattia quando si manifesta, serve investire prima, rallentare la fragilità, mantenere il più possibile una vita attiva e autonoma. «Una popolazione che invecchia richiede un sistema orientato all’invecchiamento attivo e alla riduzione degli anni trascorsi in non autosufficienza – ha spiegato -. Un’azienda come questa ha il compito, anche attraverso ricerca e formazione, di trovare strumenti per rallentare la comparsa della fragilità e permettere alle persone di restare attive più a lungo».

 

Il secondo grande asse del suo ragionamento ha riguardato la formazione. Qui il direttore generale ha richiamato il rapporto con l’Università di Padova come leva strategica da potenziare, dentro una logica di sistema che coinvolga ospedale, territorio, privato, terzo settore e fondazioni. Il riferimento esplicito è stato alla One Health, cioè a una salute pensata come ecosistema connesso. «Il legame con l’Università e con la Scuola di Medicina non è un dato burocratico: è una risorsa strategica. Voglio costruire reti formative profondamente integrate con tutti i livelli del sistema, coinvolgendo Padova nella sua interezza: pubblico, privato profit e no profit, fondazioni, fundraising. La logica è quella della One Health».

Il terzo pilastro è la ricerca, che nel suo intervento è stata legata subito a due parole: velocità e solidità. Fortuna ha parlato della necessità di investire in una ricerca capace di essere rapida, sicura e meno frenata dalla burocrazia, senza arretrare su cybersicurezza e tutela dei dati. Ed è qui che ha evocato l’immagine forse più simbolica dell’intera presentazione: la Torre della Ricerca del futuro polo di Padova Est, con circa mille ricercatori a pochi metri dai letti dei pazienti. «La ricerca ha bisogno di una cornice solida, rapida e sicura. La Torre della Ricerca del futuro Polo di Padova Est, con circa mille ricercatori a pochi metri dai letti dei pazienti, rappresenta la visione più concreta di questa integrazione: medicina traslazionale immediata, dal laboratorio alla cura».

Se i pilastri sono chiari, altrettanto nitide sono le sfide che il direttore generale ha elencato. Oltre all’invecchiamento, c’è la denatalità, che secondo Fortuna chiede di concentrare ancora di più le risposte di secondo e terzo livello nelle aree di eccellenza e, allo stesso tempo, di sostenere una sanità di prossimità sicura. E poi c’è la marginalità sociale, che nel suo ragionamento non è stata trattata come tema solo sociale, ma come vera questione sanitaria. «La marginalità sociale è una questione sanitaria – ha detto -. L’accesso equo alle cure è anche un fattore di inclusione e di forza lavoro. Ridurre la marginalità significa investire nel benessere collettivo».

Da qui si passa al cuore della riorganizzazione interna. Fortuna ha parlato di modelli organizzativi e tecnologici innovativi, spiegando che la carenza di personale non può essere affrontata soltanto con il reclutamento. Servono reingegnerizzazione dei processi, nuove tecnologie, intelligenza artificiale come strumento di supporto, mai come sostituzione del rapporto umano. «La sanità è fatta di persone, e nessuna tecnologia potrà sostituire il contatto umano con chi ha bisogno di cura. Però dobbiamo usare tecnologia e intelligenza artificiale per rendere il lavoro più sostenibile, più mirato, più qualificato. La reingegnerizzazione continua dei processi è una necessità».

Altro punto chiave è quello dell’ascolto, declinato su due fronti: i cittadini e il personale. Fortuna lo ha indicato come principio di realtà, come condizione necessaria perché le strategie non restino sulla carta. E accanto all’ascolto ha messo la sostenibilità e l’appropriatezza, spiegando che curare bene significa anche evitare over-treatment e sprechi, con coraggio e con etica. Per il direttore generale, l’ospedale padovano ha senso se riesce a gestire con eccellenza il secondo e terzo livello, se sviluppa questa eccellenza attraverso la ricerca e se aiuta tutta la rete sanitaria a crescere, diffondendo modelli di cura più appropriati, equi e intelligenti. «Essere all’apice della piramide della tecnologia e dell’organizzazione sanitaria ci dà una grandissima responsabilità. Da qui dobbiamo capire cosa può essere poi declinato verso il basso e reso sostenibile, perché ci sia un flusso di assistenza, qualità, tecnologia ed expertise che parta da questa collaborazione stretta con l’università e arrivi al sistema».

Il punto d’arrivo di questa visione è naturalmente Padova Est. «Il futuro Polo di Padova Est non è un cantiere. È una promessa – ha concluso il direttore generale -. E lavoreremo ogni giorno per onorarla».

 


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