È morto l’uomo che vestì un’Italia che non c’è più
19.01.2026 – 20.55 – È morto Valentino Garavani, all’età di 93 anni, a Roma, la città che aveva scelto come casa e come centro simbolico della propria carriera. Si è spento nelle prime ore della giornata, chiudendo una vita che ha attraversato l’intero Novecento italiano e ne ha raccontato aspirazioni, trasformazioni e illusioni attraverso l’eleganza. E con lui non se ne va soltanto uno stilista, ma un pezzo d’Italia che aveva ancora il coraggio di piacersi. Valentino apparteneva a quella generazione che non chiedeva il permesso di esistere. Era nato nel 1932, in un Paese povero, provinciale, timoroso del futuro. Un’Italia che usciva dal fascismo e dalla guerra con le tasche vuote e la testa confusa, ma con una certezza: bisognava ricostruire tutto, anche l’eleganza.
La sua vita coincide con la storia del Novecento italiano: la provincia lombarda, l’emigrazione culturale a Parigi, il ritorno a Roma, la costruzione paziente di un nome quando i nomi non si inventavano nei consigli di amministrazione ma si conquistavano metro dopo metro, cliente dopo cliente. Valentino nasce mentre l’Italia si vergogna ancora di sé. Diventa famoso quando l’Italia smette di vergognarsi e comincia a esportare sogni. Negli anni Cinquanta Parigi era la capitale morale della moda. Gli italiani erano apprendisti, osservatori, imitatori. Poi accadde qualcosa: alcuni di loro — pochissimi — capirono che non bastava copiare i francesi, bisognava superarli con un’arma che non avevano: la teatralità latina, la misura rinascimentale, il gusto per la scena.
Valentino fece questo.
Non rivoluzionò nulla. Non distrusse nulla.
Fece una cosa molto più difficile: rese la tradizione desiderabile.
Mentre il mondo correva verso la contestazione, lui cuciva abiti lunghi.
Mentre il Sessantotto urlava, lui sussurrava.
Mentre la moda voleva provocare, lui preferiva sedurre.
E vinse.
Il suo rosso — diventato marchio prima ancora che colore — non era una trovata pubblicitaria. Era un’idea precisa del potere femminile: non aggressivo, non militante, ma consapevole. Una donna che entra in una stanza e non ha bisogno di spiegarsi. Negli anni della Prima Repubblica, Valentino fu lo stilista perfetto: vestì un Paese che voleva sembrare solido, elegante, rispettabile. Era la moda della Democrazia Cristiana, dei salotti romani, delle ambasciate, delle mogli dei potenti che non dovevano apparire forti, ma inevitabili. Poi vennero gli anni Ottanta: il denaro, lo spettacolo, l’eccesso. Valentino rimase al suo posto. Non inseguì la giovinezza, non si travestì da moderno. Capì una cosa che molti oggi ignorano: lo stile non insegue il tempo, lo attraversa.
Quando la moda diventò industria, marketing, algoritmo, lui restò un uomo d’atelier. Non era simpatico, non era democratico, non era inclusivo — parole che oggi piacciono tanto — ma era coerente. E la coerenza, nella storia, è sempre stata una forma di coraggio. Non fu un intellettuale, non fu un rivoluzionario, non fu un artista maledetto.
Fu qualcosa di molto più raro: un professionista assoluto. Valentino non parlava di società, ma la raccontava meglio di molti sociologi. Perché gli abiti sono documenti storici: dicono chi eravamo, cosa volevamo nascondere, cosa speravamo di diventare. Oggi che se ne va, la moda piange l’ultimo uomo che non aveva bisogno di spiegarsi con un comunicato stampa. Resta il dubbio — amaro — che con lui muoia anche l’idea che l’eleganza fosse una responsabilità e non un capriccio.
Valentino non ha lasciato eredi spirituali.
Ha lasciato archivi, sfilate, fotografie.
E soprattutto una lezione che questo tempo probabilmente non vuole più ascoltare:
la bellezza non nasce dal rumore,
nasce dalla disciplina.
E la disciplina, come l’eleganza, è una virtù che le epoche decadenti considerano sempre superflua.
[f.v.]




