è armonia del reale. Perché non va ridotta a tappeto sonoro
di Francesco P. Nicolaci
C’è una scena che si ripete ogni giorno, nelle scuole e fuori: ragazzi che conoscono perfettamente l’ultimo vincitore di un talent musicale, ma non hanno mai sentito nominare Bellini, Monteverdi o Pergolesi, tra il vero patrimonio italiano, oltre che mondiale. Non è colpa loro. È il segno di uno spostamento silenzioso: la musica, da linguaggio centrale della nostra civiltà, è diventata un sottofondo distrattivo.
Nei supermercati, nei bar, nelle cuffie, la musica è un tappeto sonoro. Eppure raramente viene ascoltata davvero. Ancora più raramente viene compresa, e ancor meno ai ragazzi sono offerti strumenti educativi per farlo. La scuola stessa, che dovrebbe custodire e trasmettere i linguaggi profondi della cultura, ha progressivamente relegato la musica a disciplina marginale, quasi ornamentale. Una presenza accessoria, ma non necessaria. Una materia settimanale, spesso percepita come pausa tra i “veri” insegnamenti. Una parentesi transitoria, di cortesia, nella crescita scolastica e umana.
Eppure la domanda è semplice, tanto semplice da essere impunemente trascurata: che cosa perdiamo quando perdiamo la formazione alla musica?
Perché la musica non è soltanto intrattenimento, né una competenza tecnica riservata a chi suona uno strumento. È una forma, se non la forma più alta, di paideia, un allenamento all’ascolto, alla complessità, al riconoscimento del bello. È uno dei modi più profondi con cui l’essere umano impara a percepire se stesso, il mondo e l’ineffabilmente oltre del sentir–si. È una cura alla sensibilità. È educazione al dettaglio, alla molteplicità, alla capacità di distinguere. In un tempo in cui tutto scorre veloce e superficiale, la Musica obbliga a sostare. Chiede tempo. Chiede presenza.
Eppure nella scuola e nel panorama italiani la musica continua a occupare uno spazio marginale, quasi fosse un’aggiunta gentile al curricolo “serio”. È paradossale, soprattutto in un Paese che ha battezzato i nomi delle note musicali, che ha dato forma alla notazione moderna, che ha custodito il canto gregoriano nei monasteri medievali, che ha visto nascere l’opera a Firenze e ha reso il melodramma una delle espressioni più alte della cultura mondiale.
Per secoli la musica non è stata considerata svago superficiale, ma scienza del numero e dell’armonia, parte del quadrivio insieme ad aritmetica, astronomia e geometria. Filosofi e scienziati – da Platone a Cartesio – le hanno dedicato trattati. Nelle corti rinascimentali saper suonare era parte della formazione di principi e sovrani. La musica era pensiero, ordine, costruzione di senso.
Oggi rischia di essere ridotta a sottofondo nei centri commerciali o a prodotto da classifica. I ragazzi conoscono l’ultimo show televisivo, ma raramente incontrano davvero Rossini, Mascagni o finanche Sollima, per rimanere nel contemporaneo. Non per loro scelta diretta. È una responsabilità culturale più ampia.
Riccardo Muti ha raccontato che al suo esame di maturità gli venne chiesto chi fosse il Sassetta, pittore senese del Quattrocento. Nessuno gli domandò nulla su Verdi o Puccini o Mendelssohn. L’episodio dice molto di una gerarchia implicita: sappiamo riconoscere l’importanza delle arti visive, ma siamo sordi a quella della musica, pur essendo uno dei linguaggi (oltre che preponderantemente Made in Italy) più universali e profondi che l’umanità abbia costruito.
Educare alla musica non significa formare musicisti. Significa formare persone che possano ascoltare davvero, capaci di cogliere sfumature, di tollerare la complessità senza ridurla a slogan vacui. Significa allenare l’incanto, quella disposizione rara che permette di non attraversare il mondo in modo distratto, ma con piena umanità.
Un sistema educativo, culturale e nazionale che considera la musica una materia secondaria rischia di impoverire proprio ciò che dice di voler coltivare: la centralità della persona, il kosmos – l’ordine delle parti, il pensiero critico e la formazione relazionale. L’armonia delle parti nella pluralità delle voci. Perché prima ancora di essere spettacolo, la musica è uno spazio in cui l’essere umano conosce se stesso (quello gnothi sauton di socratica ma dimenticata eco) e ritrova l’orizzonte immanente e metafisico a cui tutti noi – che ce ne ricordiamo o meno – apparteniamo.
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