Due anni tra le difficoltà, il coraggio e la bellezza della Calabria
Con questo “fondo” chiudo la mia avventura in Calabria alla direzione di “l’AltraVoce-Il Quotidiano”
Con questo “fondo” chiudo la mia avventura alla direzione di “l’AltraVoce-Il Quotidiano”. Sono stati per me due anni complessi, di grande impegno e fatica, ma anche due anni entusiasmanti in cui ho conosciuto la bellezza e la forza della Calabria, l’intelligenza, le capacità e il coraggio di tante bellissime persone.
Lascio il giornale in ottime mani. A Roma, Alessandro Barbano (il direttore editoriale) costruisce ogni giorno, con l’aiuto di Ciriaco Viggiano e della loro redazione, un quotidiano nazionale di alta qualità e caratura; in Basilicata, Roberto Marino e i suoi colleghi non sono secondi a nessuno.
Ma è in Calabria, nella “mia” redazione di Castrolibero, che lascio il cuore. A guidare il “Quotidiano”, da oggi, torna Rocco Valenti (che lo ha già fatto per anni) con i colleghi della redazione centrale, quelli delle redazioni locali e decine di appassionati collaboratori che ci raccontano ogni giorno storie da tutta la regione. So che Rocco, grande professionista e grande persona, saprà proseguire le cose e i progetti che abbiamo messo in piedi e andare anche oltre individuando le strade giuste per un giornale moderno e sostenibile e per una corretta transizione digitale guidata dal vicedirettore per il web, Francesco Ridolfi. All’editore il compito di aiutare e sostenere questo cammino come ha sempre fatto pur tra mille difficoltà.
Con me lascia anche Giuseppe Smorto, grande giornalista e grande conoscitore della Calabria. Lui mi ha portato qui e a lui devo questa esperienza travolgente che Giuseppe ha sostenuto con tante storie bellissime, compresi cento racconti sulla “restanza” calabrese. So che non smetterà mai di lavorare per far conoscere la sua terra. E io ci sarò sempre per aiutarlo.
In questi due anni credo di aver imparato (almeno un po’) a conoscere la Calabria e la sua gente. Con i suoi pregi e i suoi difetti, ovviamente. Ma con abbastanza pregi da cancellare subito dalla mia mente “nordica” eventuali stupidi pregiudizi. All’inizio, qualche amico del Nord era quasi preoccupato: “Ma c’è la ‘ndrangheta… non hai paura?”. Ebbene, la ‘ndrangheta c’è, va combattuta con tutte le forze (e moltissimi calabresi lo fanno ogni giorno nella politica, nella società civile, nelle attività imprenditoriali) e va, soprattutto, superata la mentalità e la cultura che permette ancora alla criminalità organizzata di avere “successo” tra le giovani generazioni.
Come? Con un lavoro nelle scuole e nelle famiglie, battendosi contro il bullismo (anticamera della logica mafiosa), contro la mancanza di fiducia nelle comunità e nelle istituzioni, contro le scorciatoie che la malavita organizzata mette a disposizione di chi ha perso la voglia di battersi per i suoi diritti. Ma la ‘ndrangheta, nel tempo, ha perso spazi e ha dovuto abbandonare (almeno in parte) quella sua ferocia che generava, ogni anno, centinaia di vittime molte delle quali innocenti. Oggi, in Calabria, gli omicidi sono una decina all’anno e non tutti legati a storie di malavita: meno di quelli che si registrano nelle regioni del Nord. E nelle regioni del Nord e all’estero, la ‘ndrangheta ha spostato molti dei suoi interessi criminali.
Ma qui restano le radici culturali della ‘ndrangheta che affondano in un humus difficile da scavare via. Ma è questa l’operazione che solo i calabresi, partendo dalla famiglia e dalla scuola possono fare. Credo che un giornale radicato come il nostro debba e possa continuare a supportare questa operazione di scavo.
Non pretendo di “lasciare” una specie di sciocca eredità di “cose da fare”. Mi guardo indietro, però, e vedo le cose che abbiamo provato a mettere in piedi in termini anche di sperimentazioni. Perché, oggi, non basta fare il giornale migliore che si può. Le edicole spariscono, la gente ha perso l’abitudine, dal web arrivano molte visualizzazioni ma pochi soldi. Manca (o è difficile da individuare) quello che oggi si chiama “modello di business”. E, come se non bastasse, il combinato disposto della fine dell’abitudine alla lettura, dell’intelligenza artificiale (l’“AI overview”) sui motori di ricerca e del generale scetticismo nei confronti dell’informazione professionale che viene dai social, rendono tutto più difficile.
Un giornale scritto da professionisti su qualunque piattaforma, deve dunque cercare anche altri “sbocchi” nella società e nelle comunità del territorio di riferimento. Si tratta, certo, di continuare (come abbiamo sempre fatto e faremo) a dare tutte le notizie nel miglior modo possibile, ma si tratta anche di cercare temi e problemi e gruppi sociali e forme associative che se ne occupano e su questi puntare per fare diventare il giornale uno strumento necessario di diffusione delle relative questioni e soluzioni.
Per questo, nei mesi scorsi, il “Quotidiano” ha deciso di aprirsi alla battaglia sulla sanità che già nasceva dal territorio e dai diversi comitati che la portavano avanti. Per questo abbiamo dato vita alla manifestazione di Catanzaro del 10 maggio scorso. Per questo è nata (su tutt’altro terreno) l’iniziativa di “UnicalVoice”, l’inserto del Quotidiano, scritto e impaginato dalle studentesse e dagli studenti dell’Unical che parla della vita del campus di Arcavacata, per questo è nato il rapporto con il corso di Pedagogia dell’antimafia del professor Giancarlo Costabile. Insomma, un giornale deve intrecciarsi sempre di più col suo territorio. Il Quotidiano l’ha sempre fatto, ma oggi, come non mai questa strada diventa necessaria.
Al Quotidiano e nella società civile calabrese, per la mia esperienza di questi due anni, ci sono le persone adatte (professionalmente e umanamente) per portare avanti questi e altri progetti. Personalmente, nello stesso momento in cui lascio la direzione del giornale, mi sento di affermare che resto a disposizione di queste idee e degli amici e colleghi che ho imparato ad amare in questi due anni.
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