Droni kamikaze e 500 obiettivi, il film dell’attacco all’Iran
Droni kamikaze e armi di precisione su 500 obiettivi. L’operazione Epic Fury contro l’Iran è iniziata nelle prime ore del mattino in Iran, per l’esattezza alle 7.15 italiane. A dettarne i tempi le informazioni di intelligence che indicavano per quell’ora gli incontri di alcuni dei più alti funzionari del regime in tre diversi punti di ritrovo, colpiti contemporaneamente.
L’attacco è stato lanciato con l’obiettivo di «smantellare l’apparato di sicurezza del regime iraniano, dando la priorità alle aree che ponevano una minaccia imminente. I target includevano le strutture di controllo e comando delle Guardie Rivoluzionarie, le aree di lancio di missili e droni e gli aeroporti militari», ha riferito il Us Central Command che è capo delle forze armate americane in Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno agito fianco a fianco con Israele, che ha dispiegato “circa 200 aerei da caccia» in quello che è stato il «più grande raid aereo militare nella storia dell’aeronautica militare israeliana».
Nonostante la risposta iraniana fatta di centinaia di missili e droni, le forze armate sono riuscite a realizzare una difesa di successo. «Non ci sono indicazioni di vittime o feriti americani», ha messo in evidenza il Central Command, notando come le installazioni americane hanno accusato danni minimi. Nell’attacco la task force Scorpion Strike ha usato per la prima volta in combattimento i droni kamikaze a basso costo, oltre ad avvalersi dei missili Tomahawk. Nel descrivere l’operazione, il Central Command ha pubblicato un video in cui mostra come un obiettivo iraniano è stato colpito. «Come ha detto il presidente, il nostro obiettivo è difendere gli americani eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Il presidente ha ordinato un’azione audace. Noi stiamo sferrando colpi inesorabili», è il messaggio che accompagna il filmato.
Secondo indiscrezioni, gli Stati Uniti hanno mirato più a strutture militari mentre era Israele ad avere nel mirino i singoli funzionari del regime. Una divisione che potrebbe aiutare Donald Trump a difendersi dalle critiche interne, già scoppiate.
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