Dream Nails – You Wish
Dopo una breve passeggiata nei boschi qui vicino in una di quelle giornate di febbraio che sembrano uno scherzo ben riuscito: sole caldo, felpa di troppo, t-shirt che improvvisamente non ti fa sentire ridicolo, mi sono deciso a scrivere di queste punk witches londinesi (così si definiscono loro, non denunciatemi).
Per l’occasione mi sono versato anche del vino rosso non esattamente memorabile, giusto per darmi un tono e brindare al sole che tramonta, sempre troppo presto, mentre sul piatto gira il loro debutto del 2017: quel vinile comprato a Milano, una sera in cui le Dream Nails aprivano il concerto dei Tough Love. A fine serata fu la batterista a consigliarmelo, indicandolo come il migliore dei due album che avevano allora sul banchetto.
Negli ultimi tempi le Dream Nails sono una band a tre elementi, con i ruoli che si sovrappongono più per necessità che per strategia. Mimi Jasson regge il centro di gravità del gruppo tra basso e voce principale, dopo i cambi di formazione degli ultimi anni; Lucy Katz sta dietro la batteria, spingendo e contribuendo anche ai cori; mentre Anya Pearson, chitarrista storica, resta il motore rumorista della band, tra chitarra e voci che emergono quando serve. Una formazione ridotta all’osso che non suona mai minimale, ma piuttosto concentrata.

Con “You Wish” sembra che le Dream Nails abbiano fatto un passo laterale più che in avanti: meno pogo immediato, più peso, più spazio negli arrangiamenti, soprattutto più controllo.
All’inizio erano urgenza pura. “Vagina Police”, “DIY”, “Payback” erano slogan punk sparati in faccia, canzoni che vivevano di rabbia, ironia e velocità, quasi fossero manifesti riot grrrl aggiornati al presente. Funzionavano proprio per questo: perché erano dirette e sfacciate, non perché fossero rifinite.
In “You Wish” succede qualcos’altro.
I tempi rallentano, le strutture si fanno più pensate, le chitarre smettono di martellare e iniziano a lavorare per atmosfera. Anche i testi cambiano registro: meno slogan, più introspezione, più simboli lasciati lì a sedimentare.
Brani come “The Information” o “House of Bones” non cercano l’esplosione immediata, ma una tenuta più lunga, quasi carsica. È una maturità che guarda più al post-punk o all’art punk che al riot puro degli inizi.
Probabilmente c’entrano almeno tre cose. La prima è la forma del trio: meno caos, più essenzialità. Quando resti in tre, o suoni più forte o suoni più intelligente. Qui hanno scelto la seconda strada. Per la prima volta i membri della band hanno lavorato insieme nello stesso spazio su testi, melodie e arrangiamenti, abbattendo ruoli tradizionali e affidandosi anche all’intuizione e all’improvvisazione. Un approccio che ha portato a sonorità nuove e insolite per la band.
La seconda è l’età artistica. Non puoi scrivere “Vagina Police” per tutta la vita senza rischiare di diventare una caricatura di te stessa. In questo senso il lavoro con il produttore Ali Chant è stato centrale: scelto per il suo approccio aperto e giocoso, ha spinto la band verso strumenti inusuali e nuove idee timbriche. La tromba in “Zeros”, da sola, vale almeno tre ascolti consecutivi.
La terza è una rabbia che non è sparita, ma si è fatta più lucida. I temi politici restano, solo che ora arrivano filtrati, meno urlati e forse proprio per questo più inquieti. “You Wish” segna una fase in cui la scrittura non è più agganciata allo slogan, ma diventa più riflessiva, curiosa, straniante.
“Zeros” e “A Sign”, che chiudono l’album, insieme a “Pack My Wax” e “This Is Water”, mostrano questo lato più morbido della band, senza rinunciare all’aggressività che riaffiora in brani come “Organoid”. Altrove il ritmo si fa persino ballabile (“Move Like An Animal”), mentre in “The Spirit Does Not Burn” le chitarre si fanno più rudi, quasi heavy.
Questo passo laterale, alla fine, mi piace molto. Anzi, mi convince più di quanto mi avrebbe convinto un ritorno forzato al punk degli inizi, che oggi rischierebbe di suonare noioso e ripetitivo per una band arrivata al terzo album e con capacità compositive che qui emergono in modo sorprendente. “You Wish” funziona proprio perché non rallentara, non teme le complicazioni, lascia spazio a nuove idee.
Nel frattempo è passato un altro giorno di sole, un’altra passeggiata, altri ascolti. Il bicchiere è sempre lo stesso, ma il vino è cambiato, e continua a fare il suo lavoro: non tanto chiarire le idee, quanto lasciarle andare, accompagnarle con gentilezza. E questo disco, a distanza di tempo, continua a farsi piacere.
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