Draugveil And Selvnatt – Blades And Roses: Romanticismo col face painting :: Le Recensioni di OndaRock
Lo scorso anno, la copertina del debut album di Draugveil (“Cruel World Of Dreams And Fear”) è diventata virale. In poche parole, è stata trasformata in un meme poiché considerata ridicola da molti appassionati rimasti fermi a un immaginario fortemente integralista. In effetti, qui non si tratta di una spiccata contaminazione con altre sonorità, ma di un approccio estetico sui generis, sulla falsariga di quanto fatto recentemente da Këkht Aräkh (artista finito addirittura su Sacred Bones Records!) con il suo cosiddetto romantic black metal. Quest’ultimo ucraino, esattamente come il giovane Yevhen Konovalov (Draugveil oggi è di stanza a Praga) e Kyrylo Kyrylenko, nome dietro al quale si nasconde invece il progetto Selvnatt.
La collaborazione tra i due – già abbozzata in un brano presente nel disco succitato – diventa un vero e proprio album con “Blades & Roses”, un lavoro che farà parlare di sé a cominciare da una nuova cover ovviamente d’impatto, nel bene e nel male. Qualcuno li chiamerà poser (aggiungendo che anche il cavallo, in qualche modo, è un blackster con il musetto pittato), ma è importante concentrarsi sulla musica perché questi due ragazzi, in realtà, non sono affatto da disprezzare.
“Shards” è un biglietto da visita più che convincente (il riff disegna una melodia tanto solenne quanto drammatica), un brano tagliente, tuttavia capace di suggerire sensazioni struggenti e crepuscolari. Questo mood ritorna spesso, specialmente quando le sfumature semiacustiche diventano parte integrante del disco (l’ottima “Frozen Throne”) o quando i break malinconici si impossessano definitivamente delle varie composizioni (“Unspoken”), con rimandi persino ai Lifelover.
Se “Gjennom Liv Og Død” suona come una sorta di tributo (poco riuscito) ai Darkthrone di inizio secolo, c’è da dire che funzionano fino a un certo punto anche gli intermezzi più rilassati (“Vestige” e “Wilted Bloom” non lasciano il segno), al contrario della conclusiva “Afterlife”, una bella mazzata depressive che (guarda caso) ci riporta in mente quelle atmosfere tanto care al Këkht Aräkh del singolo “Dröm Sång”. La produzione lo-fi chiude il cerchio, perché va bene il romanticismo, ma sempre meglio farlo fiorire come una rosa sul più sporco campo di battaglia.
Al di là degli immancabili detrattori, “Blades & Roses” è dunque una collaborazione discreta e degna di attenzione, frutto delle intenzioni di due giovanotti (Yevhen è classe 2002) in parte ancora acerbi e ingenui, ma senza dubbio capaci di comunicare qualcosa di interessante all’interno di una scena che ha bisogno anche di questi diversivi.
18/02/2026




