Piemonte

Don Ciotti: “Il caso Delmastro? Sofferenza per la democrazia, servono responsabilità”


Don Luigi Ciotti non ha mai voluto commentare prima. Ma subito dopo aver ricevuto il Sigillo civico dalla Città di Torino ha lasciato cadere parole come pietre sul vetro a proposito di Andrea Delmastro: lente, precise, cariche di dolore trattenuto. Il caso dell’ex sottosegretario di Fratelli d’Italia, biellese, travolto dalla vicenda della Bisteccheria aperta con la figlia diciottenne di un uomo vicino al clan Senese, lo ha toccato. “Tutto ciò mi crea sofferenza, tanta sofferenza, per la democrazia del Paese”, dice. E aggiunge: “Diventa doloroso vedere come, a volte, si calpesta la dignità, la libertà, la chiarezza, la trasparenza”. Poi l’invito alla responsabilità: alle istituzioni, certo, ma anche a ciascuno di noi. “Ci sono troppi cittadini a intermittenza: bisogna essere più attenti”.

Tra i velluti della Sala Rossa c’è il pubblico delle grandi occasioni. Le sedie sono tutte occupate. C’è il sindaco Stefano Lo Russo, la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo, gli assessori e i consiglieri di ogni colore politico. Ci sono il prefetto Donato Cafagna, la procuratrice Lucia Musti, il presidente dell’Unione Industriali Marco Gay, il parlamentare Dem Andrea Giorgis. La citta si stringe attorno al suo don, a chi ha fatto della solidarietà una forma di resistenza.

Francesca Rispoli ricorda gli incontri con Pierluigi, il primo tossicodipendente assistito, arrivato dalla Sardegna. Quelli con don Carlo, che confessa a don Luigi di sentirsi donna e viene accompagnato dal Gruppo Abele. Quelli con Joy, minorenne nigeriana, che trova protezione vera. Con Lea Garofalo, che non si è riusciti a salvare. Volti e storie che segnano una vita dedicata agli ultimi, ai dimenticati, ai fragili.

Prendendo il sigillo, don Ciotti sposta subito il fuoco dal piano personale a quello collettivo. “Le cose che ho fatto le ho fatte perché le ho condivise con altri. Non sono opera di navigatori solitari”. È il “noi” che attraversa tutta la sua storia. Gli anni dell’emergenza Aids, le prime comunità per tossicodipendenti nate a Torino, l’incontro con Giovanni Falcone a Gorizia, poco prima delle stragi. “Ci eravamo stretti la mano e dati appuntamento per un caffè mai preso”.

Oggi Libera è una rete internazionale, ma il cuore resta Torino, dove le ferite si trasformano in memoria. “Le verità passeggiano per le vie del nostro Paese, ma i familiari non le conoscono”, dice. Poi il ricordo personale: l’arrivo a Torino da bambino. “Non trovammo casa: vivemmo nel cantiere del Politecnico”.

E subito il pensiero va ai bambini, ai giovani migranti, agli stranieri di seconda generazione: “Facciamo in modo che nessuno si senta torinese a metà”. I giovani? “Hanno bisogno di punti di riferimento veri”. Parla dei suicidi, della droga: “Oggi le droghe sono quasi mille, quando ho iniziato con le prime comunità erano tre. Eppure, oggi se ne parla meno”.

Don Ciotti parla della città come di un posto capace di grandi slanci e di solidarietà. «Torino ti voglio bene!», conclude. Un amore ricambiato. Lo dice Lo Russo: il Sigillo civico non celebra solo un uomo, ma un’idea di città. “Un invito a non restare indifferenti, a trasformare indignazione in azione, a farsi comunità”.

Il sindaco ricorda il suo primo incontro con il prete di strada: “Era luglio, ero in Val d’Aosta con don Aldo Rabbino”. Poi parla del tema sicurezza che non può essere risolto con la repressione, bensì “non può esserci legalità senza giustizia sociale”. E introduce il tema criminalità: “Esistono mafie silenziose – conclude – quelle dei colletti bianchi: come amministratori siamo chiamati a vigilare”.


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