Don Bosco, 138 anni dopo: il santo che sapeva dire dei no
31.01.2026 – 11.00 – Oggi, 31 gennaio 2026, cade l’anniversario della morte di Giovanni Bosco. Una ricorrenza che l’Italia celebra volentieri, perché ricordare un santo è più semplice che applicarne le idee. Don Bosco è diventato un nome di scuole, oratori, targhe. Molto meno un metodo. Eppure la sua vita — più che le sue parole — avrebbe ancora qualcosa da dire a un Paese che fatica sempre di più a governare i propri giovani. Don Bosco nacque povero e crebbe più povero ancora. Il padre morì quando lui aveva due anni. La madre, Margherita, allevò tre figli a forza di lavoro e silenzio. Non c’era retorica in quella casa. Solo necessità. È da lì che Don Bosco imparò una lezione che non lo avrebbe mai abbandonato: chi cresce senza guida non diventa libero, diventa fragile. Quando arrivò a Torino da giovane prete, nel 1841, trovò una città che assomiglia più di quanto si creda alle periferie di oggi. Ragazzi soli, immigrati interni, adolescenti senza scuola né mestiere. Dormivano dove capitava, lavoravano quando c’era lavoro, finivano spesso in galera.
Non erano vittime innocenti. Rubavano, mentivano, picchiavano. Don Bosco non li idealizzò mai. Ma capì che la loro violenza non nasceva dal carattere: nasceva dal vuoto. La risposta dello Stato era il carcere. La risposta della società era l’allontanamento. Don Bosco scelse la via più difficile: la responsabilità personale. Cominciò a incontrarli uno a uno. Nei cortili, nelle carceri minorili, nelle strade. Non li invitava: li cercava. Non predicava: osservava. Capì presto che la repressione funziona solo quando c’è già un’educazione alle spalle. Senza, è solo una punizione che prepara la recidiva. Per questo fondò l’oratorio di Valdocco. Un luogo che non era né scuola né riformatorio. Era qualcosa di più scomodo: un ambiente educativo continuo. Don Bosco non propose permissivismo. Propose presenza. Stava con i ragazzi tutto il giorno. Li seguiva nel lavoro, nel gioco, nello studio. Imponeva regole chiare. Chi le violava veniva corretto. Ma non espulso alla prima caduta. Il suo metodo, che chiamò Sistema Preventivo, non nasceva da teorie pedagogiche. Nasceva dall’esperienza: se un ragazzo si sente controllato, scappa; se si sente sorvegliato con fiducia, resta. Diceva che l’educazione è “cosa di cuore”. Ma il cuore, nel suo linguaggio, non era sentimentalismo. Era fatica quotidiana. Era vigilanza. Era autorevolezza.
Oggi, nel 2026, i giovani problematici non mancano. Li chiamiamo maranza, parola che serve più a tranquillizzare gli adulti che a descrivere i ragazzi. Non sono tutti uguali, ma hanno un tratto comune: la sfida all’autorità. E qui sta il punto. Non vanno difesi. Vanno governati. Il problema non è che esistano giovani aggressivi. Sono sempre esistiti. Il problema è che l’autorità adulta si è ritirata dal campo. Prima ha rinunciato a educare, poi ha preteso di reprimere. Don Bosco avrebbe giudicato questa sequenza semplicemente illogica. Nel suo oratorio l’autorità non era gridata, ma visibile. Gli educatori c’erano sempre. Non apparivano solo nei momenti di crisi. La regola non arrivava come una sorpresa, ma come una conseguenza. Oggi, invece, l’adulto scompare per anni e ricompare con il decreto, con la multa, con la telecamera. Così il ragazzo non impara il rispetto: impara solo a sfidare. Don Bosco non chiedeva ai giovani di essere buoni per essere accolti. Ma non permetteva loro di restare cattivi senza conseguenze. È questa la differenza che oggi non sappiamo più tenere insieme.
La sua biografia racconta anche altro. Racconta un uomo che non delegava. Che non scaricava su altri il peso educativo. Che non chiedeva allo Stato di fare ciò che lui rifiutava di fare in prima persona. Per questo la sua eredità resta attuale. Non perché risolva tutto, ma perché pone una domanda che nessuno ama: chi si assume oggi la fatica di educare? Non basta invocare sicurezza. La sicurezza arriva dopo. Prima servono adulti presenti, continui, riconoscibili. Don Bosco riassumeva tutto in una frase che oggi suona quasi antiquata: “Chi ama educa”. Non diceva: chi ama comprende tutto. Diceva: educa. Educare significa porre limiti, pretendere impegno, chiedere responsabilità. Significa accettare il conflitto senza scappare. Significa restare quando sarebbe più comodo allontanarsi.
[f.v.]




