Scienza e tecnologia

DJI: come una tesi fallita è diventata l’impero mondiale dei droni

Se guardiamo al mercato dei droni negli ultimi anni, un unico nome emerge con una forza difficile da ignorare: DJI. La crescita dell’azienda cinese ha attirato l’attenzione di chiunque si occupi di tecnologia (e anche di qualche legislatore), ma forse non tutti sanno com’è nata di DJI, ovvero da un’idea personale che si è trasformata in un impero industriale.

A colpire non sono infatti solo le cifre legate alle sue quote di mercato, ma la storia di un fondatore che ha inseguito un’ossessione nata da bambino, trasformandola in una macchina organizzativa capace di imporsi quasi ovunque nel mondo.

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Dalle prime idee al primo laboratorio

La vicenda di Frank Wang inizia lontano dalle metropoli hi‑tech, in una città cinese senza particolare fama. Qui un fumetto regalato dai genitori accende il desiderio di costruire elicotteri e di capire come farli volare. La passione non si spegne nemmeno quando, da adolescente, un elicottero radiocomandato faticoso da pilotare finisce per schiantarsi poco dopo il decollo.

Wang non si arrende e cerca di riparare il modello acquistando pezzi di ricambio, convinto che il problema non sia il suo talento ma la complessità di quei dispositivi. È in questo periodo che matura l’idea fissa di un oggetto diverso: un apparecchio tascabile, capace di registrare video e foto, controllabile senza difficoltà.

Gli anni universitari diventano terreno fertile per questa ossessione. Dopo aver lasciato l’Università di Shanghai e i rifiuti del MIT e di Stanford, Wang approda all’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong. Qui ottiene una piccola borsa di studio, raduna pochi compagni e prova a trasformare quella visione in un prototipo, presentato poi come tesi. Il primo volo dura poco e finisce male, ma il progetto non si ferma.

La nascita di Dji e la svolta dei Phantom

Nel 2006 Wang si trasferisce a Shenzhen, accompagnato da due studenti del suo corso, per fondare quella che diventerà Da‑Jiang Innovations.

All’inizio il gruppo si concentra su sistemi di controllo di volo destinati a ricercatori e appassionati, un settore ancora di nicchia.

La svolta arriva nel 2013 con la serie Phantom, che unisce uso immediato e funzioni più complesse. L’azienda inizia così a conquistare spazio nel mercato consumer e a superare rapidamente concorrenti meno capaci di tenere il passo.

Da quel momento DJI costruisce un successo dopo l’altro, arrivando a controllare circa il 70% dei droni commerciali e quasi il 60% del settore complessivo dei velivoli senza pilota. Negli Stati Uniti la presenza diventa ancora più marcata, con l’80% degli UAV in circolazione proveniente dalle sue fabbriche.

A Shenzhen l’azienda cresce grazie a un quartier generale composto da due torri alte 200 metri, progettate dallo studio Foster+Partners, lo stesso che ha curato l’Apple Park. In questo complesso Wang continua a lavorare lontano dai riflettori, un atteggiamento coerente con la sua scelta di mantenere il focus sui prodotti piuttosto che sulla propria figura.

Alla fine, l’impero di DJI appare come una combinazione rara: una visione nata da una sort di “infatuazione infantile” e un percorso universitario pieno di inciampi, che hanno finito per alimentare l’idea di un mondo dove far volare un dispositivo non richieda più coraggio ma solo curiosità.


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