Dio non parla, racconta
Dio non parla, racconta. Avete presente Gesù che parla in parabole? Dio non scrive saggi scientifici, lui descrive e narra per farsi capire. Non perde il vizio neanche risorto, e anche a Paolo, appena convertito, gli mostra – ovvero racconta – «quanto dovrà soffrire per il mio nome» (Atti 9,16). In fondo, raccontare agli uomini è lo scopo per cui ci ha creati.
Nel primo capitolo biblico della creazione Dio sembra più occupato a mettere ordine che a creare dal nulla. Il racconto comincia in un caos tenebroso e indistinto, sulle cui acque senza confini Dio vola come uccello in ricognizione.
D’un tratto Dio parla e la sua parola accende la luce e dà così inizio al tempo cronologico, all’alternanza tra tenebre e luce; Dio fa poi spazio tra le acque di sotto, che non oltrepasseranno la spiaggia, e le acque di sopra, che si riverseranno sulla terra in forma di pioggia. Dio non elimina il caos e il buio, ma mette loro un limite, dà loro un confine. È la parola il mezzo con cui porta ogni cosa nell’esistenza e con cui mette un limite al male.
La parola è per noi il mezzo con cui trova espressione ciò che abbiamo di più segreto, ciò che prima di arrivare a essere pensato è solo un desiderio indistinto, un’emozione incolore, un pensiero nebbioso. L’informe che rimane in noi, che alcuni chiamano inconscio, ha una via per venire alla luce: da quando impariamo a dar nome ai movimenti dell’anima, le onde trovano una spiaggia su cui infrangersi e l’alba fa luce su nuovi orizzonti.
La parola permette alla realtà che viviamo di prendere vita in noi, di cominciare a esistere per la nostra coscienza: dare un nome alle cose ci aiuta a conoscerle, usarle e gestirle, come dare nome a ciò che proviamo permette di comunicarle al di fuori e accettarle al di dentro. Ciò che rimane inespresso non entra a far parte della nostra coscienza e rimane come peso infruttuoso nell’anima. Le parole mettono gli avvenimenti in ordine in modo da formare una storia che possiamo far scorrere nella mente per rivivere emozioni e pensieri; con le parole immaginiamo di avere come uno spazio nell’anima, stanze in cui riponiamo le nostre conquiste emotive e razionali, dove mettiamo ogni nostro affetto, e persino Dio; le parole ci aiutano a trovare la verità di ciò che noi siamo, sono la via che ci porta nel cuore delle altre persone, in cui rivedere la nostra stessa realtà, ma con altre emozioni. Sono verità, vita e via.
Le parole di cui si rivestono i movimenti del cuore non sono un suono arbitrario di nostra invenzione, ma sono parte di un codice; quella lingua che usiamo è un ponte verso il cuore delle persone che abbiamo vicino; il suo intento è il contatto, è il farsi comprendere. L’insieme dei significati che diamo alle parole che riceviamo dagli altri è la nostra cultura. Ogni parola, anche quella che sentiamo più nostra, appartiene sempre almeno alla coppia di chi parla e chi ascolta: con il solo suo suono riconosce una relazione e instaura un legame. Ogni nostra parola presuppone, al di fuori di noi, un mondo in ascolto, è un atto di fede in una realtà accogliente.
Dio crea con la parola perché ogni cosa sia espressione dei suoi desideri profondi, ma sia anche cosa distinta da sé. E se l’essere umano arriva per ultimo, è di certo il primo nel pensiero di Dio, perché l’unico capace di ascolto, l’unico libero al punto da dare una risposta che lui non si aspetti, dettata solo dalla sua libertà. L’uomo è detto suo figlio, perché è simile a Dio quanto è sufficiente per riuscire a conoscerlo, ma distinto da lui e bisognoso di tutto, per poter essere da lui servito e amato. L’uomo è perciò strutturato per comprendere in sé l’intero universo, con ogni realtà in esso esistente, perché attraverso l’umanità ogni cosa creata trovi voce che ami e lodi il proprio creatore. Ogni essere umano porta nella profondità di sé stesso tutto il creato e tutto il creabile, ogni possibile futuro a cui Dio ha dato possibilità di realizzarsi, ogni possibile destino di quello spazio e di quel tempo in cui ogni persona è chiamata a operare. Ogni possibilità l’uomo la può immaginare, desiderare e raccontare perché, sebbene uno solo sia destinato a trasformarsi in realtà, ogni futuro, con il bene suo proprio, possa essere sperimentato nell’immaginazione e trovare in noi il suo grazie agli uomini e a Dio.
Il terzo giorno infine Dio trasforma il tempo oggettivo in tempo sociale; creando i grandi luminari (il sole e la luna), è resa possibile la nascita di un calendario, dei riti sociali, di una religione e di una società strutturata. Nei primi tre giorni si sono dunque preparati i contenitori della nostra vita: lo spazio (cielo, terra e mare) e il tempo liturgico delle feste annuali (il calendario solare per fare memoria della storia del popolo e il calendario lunare per seguire i ritmi della natura). Dopo, esplode la vita in tutta la sua varietà, occupando ciascun essere il proprio spazio vitale e riempiendo il futuro di ancora più vita con la fecondità assegnata a ciascuno. È nel tempo sociale, vissuto all’interno di una determinata cultura, che la nostra parola assume connotazioni di sacralità. Nelle cerimonie politiche e nei riti religiosi le nostre parole raccontano ciò che noi siamo, mostrano ciò in cui ci identifichiamo.
Dio esita nel creare gli uomini, è un momento importante per la sua stessa esistenza; vuole l’umanità come interlocutrice e collaboratrice nel governo dell’universo, ma per essere tale dovrà essere libera, perché nella libertà impari ad amare. Dio e l’umanità saranno in relazione d’amore, ma la gioia di amarsi vuole fatica e impegno, espone al capriccio dell’altro, e al suo rifiuto di amarti, quand’anche tu fossi il suo stesso Creatore. Dio accetta ogni rischio e ci crea. L’umanità è costruita come un’unità nella differenza, nell’unione di maschio e di femmina – solo per noi è specificata questa distinzione – perché già in sé stessa essa impari ad amare senza voler dominare, accettando di esistere solo come un tu di fronte a un io. L’intera creazione arriva al suo fine nel riposo del sabato, quando l’uomo, sospesa ogni attività, si può fermare a parlare con Dio: è questo che dà senso all’intera creazione.
Il primo sabato deve essere stato un giorno incredibile. Immagino Dio raccontare ai nostri antenati come li aveva pensati e come avesse creato tutto solo per poterli avere sempre con Sé. Sarà stato un incontro tra intimi, personale e sociale ad un tempo. Avrà raccontato della creazione come noi raccontiamo ai bambini della loro nascita, partendo dal desiderio di avere un figlio fino alla gioia di accoglierlo in casa. Il racconto di Dio trova eco profonda nel cuore dei suoi ascoltatori ed essi reagiscono: le emozioni di Dio si riversano in loro e ad esse si aggiungono le loro proprie emozioni. Ciò che è cominciato nel buio e nella solitudine ora Dio e gli uomini lo riempiono della loro presenza, del loro sguardo, dei colori che essi ci danno. È solo quando racconti che ciò che hai vissuto diventa esperienza comune e acquista peso e spessore. Dio crea il mondo e un uomo lo racconta agli altri uomini, ci fa pensare la Bibbia. Non è però questo il vero inizio della nostra storia.
Ciò che esiste non esiste davvero finché non trova un senso e un ordine in una coscienza. Ciò che accade è arbitrario e confuso, finché una mente non vi riconosca una regolarità, una necessità, una legge di natura. Matematica o fisica, letteratura o musica, tutto è solo racconto di ciò che già è o che potrebbe accadere. L’essere umano interpreta l’esistente e realizza il possibile sempre e solo attraverso sequenze di formule o disposizione di parole in ordine razionale, e lo fa già dentro di sé prima che tutto prenda forma all’esterno per diventare patrimonio comune. Chi domina il linguaggio dell’uomo – fatto di parole o simboli qui poco importa – realizza il suo ruolo nell’universo: fa sì che ogni cosa appartenga a una storia, che ogni oggetto sia accolto per il bene che porta con sé, che ogni sofferenza assuma uno scopo, che il cosmo possa dirsi esistente attraverso l’atto cosciente di un suo abitante.
A pensarci bene, chi scrive un racconto non fa altro che copiare da Dio, presentando ai lettori un universo possibile da comprendere e amare; chi legge fa in modo che quel mondo cominci a esistere come luogo comune a tutti i lettori. Chi racconta può trasformare il nostro vissuto, aprire a nuovi futuri e far nascere civiltà differenti. Alla radice della nostra storia, in fondo, ci sono un Dio che racconta il mondo agli esseri umani e alcuni esseri umani in ascolto che permettono a questo mondo immaginato da Dio di potersi fare realtà. Prima del racconto c’è una persona in ascolto. È questo l’inizio dell’universo voluto da Dio, l’inizio della nostra storia: «Ascolta, Israele!». Il racconto semina e il lettore, se vuole, accoglie e genera nuova vita nel mondo. È grande il ruolo nell’universo di chi scrive racconti. Più grande è chi fa sì che il racconto diventi realtà nella vita del mondo.
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