Cultura

Dio non abita nei bunker: la fragile e difficile arte della convivenza umana in tempi di guerra

Credit: John Sloan, Public domain, via Wikimedia Commons

Le guerre dovrebbero combatterle quelli che le causano. Presidenti, tiranni, primi ministri, politici compiacenti, costruttori di armi, tecno-imprenditori, amministratori delegati e, in generale, tutti coloro che, direttamente o indirettamente, traggono profitto e potere dalla distruzione e dalla morte. Dovrebbero combatterle loro, innanzitutto.

E poi i loro figli. Non i figli degli altri.

Non i ragazzi strappati alle periferie del mondo, spediti a morire per decisioni prese nei palazzi del potere, nei consigli di amministrazione, nei salotti della diplomazia o nei bunker blindati dove la guerra è solo una parola, una strategia, una riga su un dossier. Se davvero credessero nelle guerre che scatenano, dovrebbero essere i primi a scendere in campo. Invece restano al sicuro, magari dall’altra parte dell’oceano, mentre intere generazioni vengono sacrificate sull’altare di interessi economici, geopolitici o ideologici che raramente hanno qualcosa a che vedere con la libertà o la giustizia.

La guerra è una delle invenzioni più assurde della storia umana. Prima l’abbiamo inventata. Poi abbiamo inventato le scuse per giustificarla.

Gli uomini hanno costruito, secolo dopo secolo, un vasto arsenale di motivazioni morali, politiche e religiose per legittimare l’atto più semplice e brutale che esista: uccidere un altro essere umano. Prima il mito di molte divinità guerriere. Poi l’idea di un unico Dio, spesso rappresentato come un sovrano irascibile e capriccioso, eternamente pronto a schierarsi con questa o con quella parte, a promettere paradisi, terre, redenzioni spirituali o, addirittura, vergini celesti a chi fosse disposto a combattere e morire nel suo nome.

Un’idea talmente assurda da sembrare incredibile. Eppure continua, ancora oggi, a contaminare e intossicare la mente di miliardi di persone, compresi molti uomini di potere.

Nel 2026 assistiamo a scene che sembrano uscite da un teatro dell’assurdo: un presidente americano convinto di essere stato unto da Dio, circondato da pastori evangelici che lo toccano come se fosse un profeta; un ministro della guerra che esibisce, sul corpo, croci e motti biblici tatuati come fossero talismani spirituali per giustificare l’uso della forza. E dall’altra parte del mondo non va meglio. Un primo ministro israeliano che, pur di evitare il giudizio della giustizia, alimenta una spirale di violenza e distruzione parlando della guerra contro l’Iran come di un passaggio necessario alla venuta del Messia sulla Terra. E a questi personaggi — sostenuti da media compiacenti o corrotti — viene affidata la difesa della libertà e della democrazia.

Contro chi? Contro i preti sciiti. Che, naturalmente, non sono da meno quanto ad assurdità. Fanatici religiosi che accumulano ricchezze e investimenti all’estero, mentre, nel frattempo, impongono al proprio popolo — soprattutto alle donne — umiliazioni, repressioni e privazioni nel nome di una moralità che, scusate la contraddizione, non sta davvero né in cielo, né in terra.

Così tutti parlano di Dio. Ma quasi nessuno sembra ricordarsi dell’uomo. Nel nome di Dio si negano diritti, si esercita violenza, si opprimono i più deboli, si saccheggiano terre e ricchezze che non appartengono a chi le prende. Si fomentano rabbia, odio, razzismo e comportamenti abietti che producono solamente sofferenza, insicurezza, dolore e morte.

Se Dio esiste davvero, questi brutti ceffi sembrano lavorare più per la sua controparte. Ma, forse, neppure il diavolo sarebbe così stupido. Perché il diavolo — se esistesse — probabilmente non distruggerebbe la propria casa. L’uomo invece sì. L’uomo è l’unica creatura capace di devastare il proprio pianeta pur di esercitare il proprio controllo sugli altri.

E noi, che ci definiamo eredi della civiltà occidentale, continuiamo a riempirci la bocca con parole come diritto romano e democrazia ateniese, spesso senza ricordare davvero cosa significhino. Ad Atene la politica era, prima di tutto, responsabilità civica. Un esercizio razionale e collettivo della libertà. Non la voce di un dio sussurrata all’orecchio di un leader. Non il fanatismo religioso trasformato in strategia geopolitica. Lo spirito laico della polis nasceva dall’idea che gli uomini dovessero discutere tra loro, assumersi le conseguenze delle proprie decisioni e rispondere, pubblicamente, delle proprie azioni davanti alla comunità.

Nessun messia. Nessun destino divino. Solo la fragile e difficile arte della convivenza umana.

Oggi, invece, fingiamo di non vedere e di non sentire le scempiaggini — e le vere blasfemie razionali — che questi nuovi sacerdoti del potere diffondono nel mondo, come se si trattasse di principi assoluti e non di gigantesche, incredibili fesserie. Forse perché ammetterlo significherebbe riconoscere una verità ovvia: che la guerra non è inevitabile. È solo la più antica e brutale scorciatoia del potere umano.

Forward he cried from the rear / And the front rank died.

Questo semplice verso di “Us And Them” dei Pink Floyd riflette, perfettamente, le assurdità della guerra e le divisioni create dal potere: i potenti separano il mondo in noi e loro, trasformando persone identiche in nemici. E, intanto, chi comanda la guerra resta dietro, mentre quelli davanti, trasformati in pedine, sono costretti a combattere e morire. 


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