Lazio

Di gatti e altri animali

Da settimane non si parla d’altro su tutti i social del quartiere. È stata stuprata una signora di 60 anni dentro il parco Palatucci e un’altra donna ha subito lo stesso davanti al fidanzato inerme, da noi a Tor Tre Teste, ma non c’è stato clamore: sono avvenimenti che quasi non fanno notizia. Non è questo che ha suscitato scalpore.

Branchi di adolescenti da anni aggrediscono giovani e vecchi, ma non è argomento che ai giornali faccia lievitare le vendite. Nei condomini di edilizia sociale molte famiglie vivono da anni in condizioni precarie, ma un trafiletto sulle riviste romane online è già tanto, finché non ci sia almeno un morto. Qualche senzatetto dorme accampato, un uomo vive in auto vicino ai Carabinieri, alcuni migranti dormono sotto le mura della Polizia quando si devono presentare in Questura al mattino, alcuni bussano in parrocchia per la colazione, ma neanche i servizi sociali ci fanno ormai caso. È tutto parte del paesaggio urbano.

M’intristisce l’assuefazione che abbiamo verso le sofferenze umane, fino a non sentire solidarietà per le vittime, i poveri e gli sfruttati, fino ad accettare che siano trattati come animali – si diceva così un tempo – in un’epoca in cui trattiamo gli animali come parenti stretti e amici del cuore. Gli animali maschi proteggono le loro femmine e i loro cuccioli, e li preferiscono entrambi alle femmine e ai cuccioli di altre specie. Gli esseri umani, dopo aver perso il loro rapporto con Dio, stanno perdendo anche la loro natura animale e la solidarietà del proprio branco. È un sintomo grave, ma reversibile, si può ancora tornare a quel minimo di empatia che ci renda di nuovo degli esseri umani. Non è quindi questo che mi amareggia di più.

Hanno stuprato una gatta. Sì, è proprio così. È questa la notizia bomba. O forse no. Tutti lo danno per sicuro, ma poi qualcuno dice che i veterinari lo hanno confermato e altri lo negano. Ci si indigna, insomma, di qualcosa che non si sa. È interessante che si protesti perché si catturi qualcuno che non si sa se davvero esista.

È così radicato in molti questo senso di uguaglianza con gli animali di compagnia che non si stupiscono che qualcuno abbia avuto, forse, rapporti sessuali con una gatta, ma solo del fatto che l’abbia stuprata. Più che la bestialità – usare gli animali per il piacere sessuale – nelle nostre città è più diffusa la zoofilia, l’avere rapporti sessuali con animali verso cui ci sia coinvolgimento emotivo. Lo stupro della gatta, in ogni caso, è tutt’altro, se è successo davvero, ed è al di là della fantasia più contorta – anche e soprattutto nel caso la notizia sia falsa. Sarebbe un atto di zoosadismo, è inevitabile che faccia notizia, è una psicopatia grave che sfocia in violenza altrettanto perversa contro gli esseri umani. Sapere che uno psicopatico gira nei dintorni di casa mi spaventerebbe almeno un pochino. Non è ancora questo ciò che mi amareggia.

L’attenzione si è presto rivolta verso la salute della povera gatta. È vero che per chi è cristiano vi è una differenza tra noi e gli animali, ma questo ci assegna una responsabilità, non un privilegio. La Bibbia mostra la nostra somiglianza con loro: creati nello stesso giorno, condividiamo la stessa benedizione di fecondità; tuttavia essa parla anche di differenza: solo gli esseri umani sono creati «a immagine di Dio». 

Appena creati Dio ci assegna il compito di essere “signori” della creazione, ovvero, di rappresentarlo agli occhi delle altre creature. Dio ama tutto perché tutto ha creato per puro gusto della bellezza e ha chiesto a noi di amare e provvedere al bene di ogni creatura. Prenderci cura degli animali è una responsabilità di cui dovremo rendere conto. Eppure distruggiamo, schiavizziamo, modifichiamo a nostro solo beneficio e diventiamo dittatori crudeli su ogni vivente. È triste, ma non è ancora questo che mi amareggia di più.

Francesco Emilio Borrelli mi ha fatto arrabbiare. Non lo conoscevo e ancora non lo conosco, per quanto ne so potrebbe essere un santo. Parlando in piazza, a chi lo contestava ha risposto che lo stupro della gatta è più grave dello stupro di una donna o persino di un bambino, perché la gatta non può dire no, non può difendersi e non ha capacità per poterne parlare. Un felino a me sembra molto più capace a difendersi di un cucciolo d’uomo e la psiche di un bimbo, come minimo, è altrettanto incapace di verbalizzare l’avvenimento. Non posso infine pensare che una donna debba specificare di non gradire il suo stupro. Sono forse solo parole uscite male, questi “incidenti” capitano quando si è sotto pressione. Non capisco però perché lui stesso abbia diffuso il video su Facebook: per leggerezza? per sbaglio? per santa umiltà? Non lo so davvero.

Un certo Enrico Rizzi è invece venuto a farsi vedere, a parlare contro politici con cui non va d’accordo e a incitare a manifestazioni. Anche altri aspiranti a ruoli politici si sono fatti vedere, parlano e sparlano, scrivono e commentano soffiando sul fuoco. Mi diverte la loro inconsistenza: è gente senza decoro e senza altri intenti che farsi pubblicità, e io non gliela voglio fornire col dirne i nomi. È roba che ho visto da sempre e non è ciò che mi amareggia di più.

Ho visto con dolore gli striscioni che qualcuno ha appeso nel quartiere. Hanno scritto: «Rosi, ti vendicheremo». Si è perso il senso della misura, ma può succedere quando la notizia colpisce la parte emotiva. Mi ha stupito di più leggere sui social la protesta di chi grida alla censura per la rimozione degli striscioni da parte delle forze dell’ordine. Non sanno che incitare alla vendetta non solo non è cristiano, né degno di persone civili, ma soprattutto non è legale? E non sanno che mettere like sotto un messaggio che inneggia al linciaggio li rende moralmente complici di omicidio? Forse si tratta però solo di «leoni da tastiera», che per lo più si trasformano in conigli in un confronto a quattr’occhi. Di nuovo non è questo ciò che mi amareggia di più.

Dicono che arriveranno qui anche «le Iene», noti comici televisivi. Non so se sia vero, spero proprio di no: dopo sciacalli e conigli, altri animali ancora a rimestare sulla disgrazia della nostra gattina. Non ci sono in vista esseri umani con cui condividere almeno un pensiero un po’ intelligente? Comincio a sentirmi l’amaro in bocca.

Intanto qualcuno è già sicuro del colpevole, senza alcuna prova per di più, così, solo per antipatia personale o razzismo dichiarato. Si è certi che sia un migrante, però no, più probabile uno zingaro, anche se vi sono indizi certi – solo indizi, ma certi! – che si tratta di quei ragazzi che fanno chiasso in strada di primo pomeriggio. Le richieste alle autorità sono: telecamere dappertutto, ronde punitive e processi sommari. Andiamo dall’idiozia alla pura follia, e sarebbe solo comico se non fosse anche tragico. Non ci siamo ancora a ciò che mi amareggia di più.

Rinchiusi nelle nostre piccole vite

Sono dieci anni che sto a Tor Tre Teste e non sono mai stato così a lungo in un posto. Ho visto bimbi splendidi trasformarsi in bulli e neanche un amico o un parente chiedersi cosa fosse successo; li ho visti cambiare scuola perché nessuno interveniva a loro difesa, quando altri bimbi li mettevano in mezzo e li insultavano; li ho ascoltati raccontare ciò che vedono di notte in camera alla tv e i giochi con i mostri che popolano i loro incubi. Ho visto ragazzi delle scuole medie farsi piccoli tagli, li ho sentiti raccontare di sedute spiritiche e invocazioni sataniche, ma i genitori non lo sanno e quando li ho informati ho ottenuto solo un educato ma netto «si faccia i fatti suoi»; li ho visti sballottati tra i genitori separati, ed entrambi drogati: servizi sociali impotenti, vicini e parenti indifferenti, e un «Padre, lasci perdere se non vuole farsi del male» tutto per me. Ho visto papà senza autorevolezza chiamarmi in oratorio per separare i loro figli che litigavano. E tutto questo non è colpa di zingari, non dipende dai numeri di sbarchi sulle coste italiane, non avviene per ordine del Comune di Roma.

Il quartiere non ha bisogno di vendicatori, di organizzatori di linciaggi, di paladini della giustizia contro i più deboli. La diffusione sui social di nickname con “Anonimo…” ci dice della violenza, anche solo verbale, che si teme di subire manifestando un’opinione diversa. Forse, pensiamoci, c’è maggior bisogno di reti di solidarietà e dell’assunzione di responsabilità da parte dei genitori, degli educatori, dei politici, per essere bravi condomini, cittadini onesti e soprattutto un poco più umani. Siamo sicuri che siano sempre gli altri i soli cattivi? Non si pecca solo con le parole o le azioni: pecca chi tace e chi volge lo sguardo per non vedere. Ci siamo sentiti sotto assedio e ci siamo per questo rinchiusi nelle nostre piccole vite, fino a dare le dimissioni da membri attivi in questo mondo. È questa viltà che mi amareggia di più. 

Come non intervenire quando si vedono dei ragazzi diventare un problema, uno straniero uno scarto della società, una donna stuprata una nota a fine paragrafo in qualche stampa locale, una persona – se esiste – diventare psicotica senza che alcuno se ne sia mai accorta? Almeno uno di quelli che lo vogliono morto, questo ipotetico stupratore di gatti, ha mai pensato: «ma come sta questa persona? come si arriva a questo? dov’è la famiglia, dove sono gli amici…?» È amaro vedere che sembra si sia oggi persa – non dappertutto io spero – la capacità di provare umana pietà, di donare a tutti, che lo chiedano o no, un po’ di speranza. 

Non sono andato venerdì 3 aprile al parco Olcese «per gridare NO alla violenza subita dalla piccola Rosi», come è stato scritto sui social. Era Venerdì Santo, il giorno in cui si ricorda Gesù che muore in croce per condividere la nostra sofferenza e ottenere la conversione dei peccatori. Ero in chiesa a pregare con tante brave persone del nostro quartiere. Gesù si è assunto responsabilità che poteva evitare, ha chiamato amico chi lo stava tradendo, non ha augurato la morte a chi lo stava uccidendo, ma a tutti ha dato la possibilità di risorgere a vita nuova: dovrebbe essere lui il nostro modello, a lui dovremmo chiedere cosa fare per vivere meglio.

Un pubblico ufficiale mi intimò tempo fa di non soccorrere le persone per strada, ma di limitarmi a chiamare l’ambulanza o le forze di polizia: sono orgoglioso di non aver mai ubbidito. È tempo di prendere le distanze da chi dal quartiere vuole solo ricevere voti o like sulle sue pagine social.

Chiediamo la grazia di una comunità risorta e pacificata

Uno psicopatico può fare paura, ma ancor più mi terrorizzano centinaia o migliaia di persone senza cuore e senza legami tra loro. Ho paura delle bande di bulli, ma avrei ancora più paura se ogni giorno dovessi leggere striscioni di odio e vedere girare per il quartiere ronde di impiegati che si atteggiano a Batman. È questo, alla fine, ciò che mi farebbe davvero paura.

Ho letto che si va spesso via, potendo, dalle grandi città e si scelgono cittadine più a misura d’uomo, nelle quali si spera che esista una vita comunitaria e i ragazzi siano ragazzi di tutti, nelle quali ogni adulto si sente in dovere di intervenire in caso di necessità e assenza dei genitori, nelle quali ogni persona – prima ancora che ci si accorga della sua pelle o del suo accento – è riconosciuta semplicemente come persona.

Tor Tre Teste in fondo è un paese in mezzo alla città, potrebbe offrire, se lo volesse, l’atmosfera serena dei piccoli centri insieme ai vantaggi dei servizi di una grande città. In questi giorni di Pasqua chiediamo insieme al Signore la grazia di una comunità risorta e pacificata, che sia segno di speranza per il nostro mondo, e invece di radunarci per strada, vediamoci in chiesa per riappacificarci tra noi, e anche con Dio.

BUONA PASQUA!

don Domenico Vitulli 

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