Cultura

dEUS – Live @ Magazzini Generali (Milano, 29/03/2026)

Una serata che inizia con il buon Tom Barman che dice, in buonissimo italiano “Salve, sapete cosa aspettarvi stasera“, beh, è già incanalta sui binari migliori: non potevamo che aspettarci un gran concerto e così è stato.

Magazzini Generali strapieni per assistere alla “sfida” tra i primi due dischi della formazione belga, che stasera infatti incentra la scaletta su “Worst Case Scenario” e “In A Bar, Under The Sea”, andando a suonare anche delle cose che non mi capitava di sentire da un pezzo ai loro live.

Vidi i dEUS per la prima volta proprio nel tour del loro primo album: non poteva non colpirmi quella vitalità, quell’entusiasmo trascinante nel cambiare le carte musicali in tavola, lo ricordo ancora benissimo quel live e quello che speravo di ritrovare stasera era proprio quella sensazione di essere investito da mille schegge impazzite (ma in realtà perfettamente sotto controllo) che avevo vissuto a suo tempo. Beh, missione compiuta. I dEUS danno segnali di onnipotenza sonora, tenendo nel palmo della mano quell’esuberanza e quell’ eclettismo che ci aveva fatto impazzire a suo tempo per “WCS”, ma nello stesso tempo fanno tutto con estrema naturalezza: una band espertissima, navigata, totalmente padrona del campo, ma che non sta andando affatto con il pilota automatico, no, tutt’altro, è perfettamente in missione, con la testa e con il cuore.

Il suono è forte, ottimale, potentisismo in certi frangenti. Tom ha un paio di pantaloni assurdi a metà tra un carcerato e Beetlejuice ed è in forma smagliante, quando non suona la chitarra è pure impegnato a ballare a modo suo, padroneggiando il palco in modo impressionante. La band intorno a lui è semplicemente fenomenale: segue il suo leader, lo asseconda, ma è anche libera di vivere e respirare in mdoo autonomo, creando un corpo perfetto, pulsante, magnetico e trasudante energia, ecco i dEUS in tutto lo splendore di quei due primi album. Sugli scudi il chitarrista Simen Folstad Nilsen e il polistrumentista Klaas Janzoons, che gioca un ruolo non da poco con il suo violino.

Ecco che la scaletta provoca sussulti costanti, proponendo un mix di chitarre rabbiose, momenti quasi intimi, schizzofrenie d’avanguardia sonora tenute insieme dalla perfetta visione d’insieme e da quel gusto melodico che i nostri belgi riuscivano a infilare ovunque, sia nelle trame più nervose e incalzanti, sia nei momenti più dilatati o bluseggianti.

La bellezza di risentire canzoni come “Morticiachair” o “Hotellounge (Be the Death of Me)” (pelle d’oca anche stasera, come sempre) non ha mai rivali, ma cosa dire della delicateza di “Secret Hell” o delle esplosioni devastanti di “Mute”? Cazzo, qui dove caschi trovi capolavori e sul palco abbiamo una band che si sta esprimento come fosse l’ultimo concerto della loro carriera.

Poi ecco la parte dedicata a “In A Bar, Under The Sea”, che viene lanciata in pista da una “Theme From Turnpike” che si fa travolgente e aperta alle divagazioni: un biglietto da visita trascinante per una seconda parte ancora più variegata e intensa se vogliamo, proprio per seguire quell’andamento fuori controllo del disco. “A Shocking Lack Thereof” è un mantra totalizzante, entra sottopelle, cattura e Tom ancora è maestro di cerimonie impeccabile e implacabile: nei momenti di calma riesce ad ottenere il massimo di silenzio dal pubblico, in religioso mutismo, così come porta i presenti a scatenarsi negli attimi più forsennati e ballabili (A un certo punto dello show se ne esce con “Discoteca” e si fa pure lui 4 salti). La doppietta di “Little Arithmetics” e “Fell Off the Floor, Man” è roba che lascia senza fiato, si passa dalla gentilezza alla distorsione, dal rap, al pop, al funk, alle bordate di chitarra che ci colpiscono in pieno volto…estasi purissima, perché tutto è così fluido, naturale che sembra tutto facilissimo per i dEUS. Ma proprio facilissimo non è, anzi.

Il finale è da esplosione, da perdere il controllo, con “Suds & Soda” che fa letteralmente saltare e cantare tutti i presenti, con i volumi al massimo e le urla e le distorsioni che arrivano al cielo. Poi ecco la calma, struggente ed epica, di “Disappointed in the Sun”, bellissima e la chiusura intensa, febbricitante e suonata da Dio con “Roses”.

Ore 23. Tom saluta e ringrazia. Il pubblico è ai suoi piedi. E non potrebbe essere altrimenti dopo un simile show. Bellissimo.


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