Cultura

Dentro il sistema Live Nation: il diavolo dietro il palco

Robbing them blind, baby.

Derubarli fino all’ultimo centesimo. Senza pudore, senza esitazioni. È così che alcuni dipendenti di Live Nation parlavano tra loro, nelle conversazioni private: con il cinismo di chi guarda un mare di persone non come esseri umani, ma come un portafoglio collettivo da svuotare rapidamente, con metodo. Perché sono degli sciocchi disposti a pagare qualsiasi cifra, a fare qualsiasi sacrificio, a rinunciare a tutto pur di assistere al concerto della propria band preferita.

E allora perché non approfittarne? Perché non sfruttare fino in fondo quell’amore viscerale che lega i fan alla musica?

Se qualcuno è disposto a pagare cento, chiediamone duecento, e poi trecento, quattrocento e così via. Se è disposto a fare la fila, inventiamo una scorciatoia a pagamento. Se desidera stare sotto il palco, allora creiamo nuovi recinti, nuovi privilegi, nuovi varchi. Nuovi PIT, ingressi prioritari, biglietti speciali, pacchetti VIP e corsie preferenziali per chi può permettersi di pagare di più. Una giungla di accessi e di sovrapprezzi dove ogni centimetro di spazio diventa una merce.

Lasciamo che i prezzi esplodano, che si gonfino come un pallone riempito oltre il limite dell’aria possibile. Tanto questi sono talmente idioti che si lamenteranno, protesteranno sui social, si accapiglieranno digitalmente tra di loro, si divideranno tra chi difende l’artista e chi accusa gli organizzatori, ma poi, alla fine, come delle ubbidienti e smarrite pecorelle, accorreranno in massa, non appena i cani di Live Nation inizieranno ad abbaiare le loro offerte.

E allora il gregge si muoverà.

Si accalcherà verso il recinto, nel nome di quell’amore assurdo che lo tiene assieme: la musica, il rito collettivo, la promessa di una notte irripetibile. Dalle conversazioni è, infatti, emerso proprio questo: un atteggiamento apertamente denigratorio verso il pubblico dei concerti dal vivo. Nessun rispetto e nessuna considerazione per chi riempie stadi, palazzetti e arene. Solo l’intento di aumentare spregiudicatamente i prezzi, di spremere il più possibile quella passione che dovrebbe essere sacra. Tanto – è il ragionamento – alla fine nessuno obietterà davvero. Nessuno controllerà. Nessuno imporrà davvero il rispetto delle regole. Ma esistono delle regole?

Nell’era del capitalismo spregiudicato, forse, è proprio questo che ci meritiamo. Perché, troppo spesso, siamo noi stessi a permettere al sistema di sfruttarci, di prosperare e di arricchirsi alle nostre spalle. Siamo noi a credere che quel determinato oggetto, quella determinata marca, quel determinato accessorio siano importanti, che siano sinonimo di qualità, di benessere, di appartenenza. Che siano il fondamentale lasciapassare per l’accettazione sociale, o magari per suscitare l’invidia degli altri.

E qualcosa di simile accade anche con la musica. Perché qui non si vendono solo biglietti: si vende un legame affettivo. Si monetizza l’emozione, si trasforma l’attesa in profitto, si sfrutta la devozione dei fan verso il proprio artista o la propria band preferita. Ed è proprio su questo che queste società – che per modalità e per metodi ricordano più un’organizzazione criminale, che un’impresa culturale – costruiscono il proprio impero. Da anni riviste e webzine di settore raccontano la stessa storia: prezzi gonfiati ad arte, assenza di controlli, tecniche di manipolazione sempre più subdole e raffinate. Un settore, quello dello show business globale, che ha costruito una bolla irreale, completamente scollegata dalla realtà del mondo del lavoro, dagli stipendi stagnanti, dal costo della vita che cresce senza sosta.

Una bolla che non tiene conto delle persone. Vuole soltanto speculare. E ora Live Nation ha mostrato, finalmente, cosa c’è dietro la maschera.

Non una organizzazione dell’intrattenimento, ma una creatura diabolica. Una presenza che sembra uscita da uno dei gironi più cupi dell’Inferno dantesco, dove le anime dei dannati trascinano pesi enormi gridando “Perché tieni?” e “Perché burli?“. Perché, come quei demoni dell’avarizia che custodivano l’oro con occhi di brace, anche qui l’unica vera divinità è il denaro. E i fan non sono più esseri umani, ma soltanto monete che camminano.

E, forse, la domanda finale non riguarda soltanto Live Nation, ma il mondo che abbiamo costruito attorno alla musica dal vivo. Perché un mercato lasciato completamente senza regole diventa, inevitabilmente, una terra di conquista, dove il prezzo non è più il valore di un’esperienza, ma la misura dell’avidità di chi la vende. Per questo sarebbe necessario che qualcuno – istituzioni, autorità di controllo, organismi indipendenti – avesse, finalmente, il coraggio di intervenire. Non per spegnere la musica, ma per salvarla da chi la trasforma in una miniera da scavare fino all’ultima vena.

Servirebbe un sistema capace di calmierare i prezzi, di impedire che il costo di un concerto diventi un lusso per pochi, di imporre ai grandi organizzatori – Live Nation in testa – un vero e proprio codice etico di comportamento. Regole chiare: trasparenza sui prezzi, limiti ai sovrapprezzi, divieto di moltiplicare artificialmente categorie e privilegi solo per spremere di più il pubblico. E, soprattutto, una conseguenza reale per chi non le rispetta: l’estromissione dall’organizzazione degli eventi.

Ma il controllo non può arrivare soltanto dall’alto. Deve arrivare anche dal basso. Dal pubblico, anzitutto, che dovrebbe trovare la forza – quando necessario – di compiere il gesto più difficile: rinunciare. Rinunciare perfino al concerto desiderato, all’evento atteso da anni, pur di non continuare a nutrire un meccanismo che vive proprio della nostra incapacità di dire no. E dovrebbe arrivare anche dagli artisti stessi, che troppo spesso sembrano voler restare innocenti dentro una macchina che innocente non è affatto. Perché chi sale su un palco non è soltanto un interprete o un autore: è anche un simbolo, un riferimento, una responsabilità. E, allora, dovrebbe avere il coraggio di rifiutare determinate organizzazioni, di pretendere condizioni più giuste per i propri fan, di sottrarsi a un sistema che gonfia i prezzi e umilia chi, in fondo, rende possibile tutto questo. Forse la battaglia decisiva comincia proprio lì: nel momento in cui qualcuno smette di voltarsi dall’altra parte.

Altrimenti continueremo a vivere dentro lo stesso teatro dell’assurdo, dove i pochi incassano e i molti pagano, dove il desiderio viene trasformato in ricatto, dove l’amore per la musica diventa una tassa emotiva imposta a chi non vuole restare fuori. Ecco che, quindi, tornano in mente i versi amari di Fabrizio De André in “Don Raffaè”: “Ca’ ci sta l’inflazione, la svalutazione / e la borsa ce l’ha chi ce l’ha“. È una battuta feroce, ma è anche una fotografia perfetta di questo tempo: c’è chi subisce il peso del caro vivere e chi, invece, continua ad accumulare, approfittando di tutto, perfino della fame di bellezza, di appartenenza, di musica. Per questo non basta più indignarsi. Bisogna imporre regole, pretendere etica, scegliere il rifiuto quando serve. Perché la musica, se vuole continuare a salvarci, deve prima essere salvata da chi la usa come una cassaforte.


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