Piemonte

“Delmastro in affari con un condannato per mafia”: l’inchiesta sul clan Senese che imbarazza FdI

Da un lato, un noto imprenditore di Roma, condannato per mafia. Dall’altra, una serie di politici di Fratelli d’Italia, a partire dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, in questi giorni impegnatissimo per la campagna a favore del sì al referendum, e la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino.

Cos’hanno in comune? Un indirizzo, via Tuscolana 452 a Roma. Dove hanno sede sia l’ultimo ristorante di Mauro Caroccia, Bisteccherie d’Italia, sia “Le Cinque Forchette srl”, società che fino a neanche un mese fa aveva come soci Delmastro, Chiorino, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in Comune a Biella, e Davide Eugenio Zappalà, consigliere FdI in Regione. E che vede come amministratore unico Miriam Caroccia, ultima esponente della “dinastia” e appena diciottenne quando è stata nominata. Una vicenda molto imbarazzante per Fratelli d’Italia, raccontata oggi dal Fatto Quotidiano.

Oggi suo padre Mauro è in carcere con una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa. D’altronde che cosa facesse Mauro Caroccia, a Roma, lo sapevano anche i sassi. Quantomeno gli addetti ai lavori. Perché il loro nome ritorna nei brogliacci e negli atti ufficiali della procura da oltre due lustri. E sempre viene messo in relazione alla famiglia camorristica di Michele Senese, ‘O Pazz, il vero boss di Roma, capace di comandare anche dal carcere: i pizzini con gli ordini li consegnava scambiando le scarpe durante i colloqui con i parenti.

Vecchia scuola, quella dei Senese e di Michele ‘O Pazz. Si fida solo dei suoi familiari: fratelli, moglie, figli. E un tempo i Caroccia, anche se acquisiti, familiari lo sono un po’ stati. Lo racconta Mauro Caroccia durante il suo interrogatorio, prima di essere definitivamente condannato con l’aggravante mafiosa per aver ripulito i soldi dei Senese con i suoi ristoranti. Il fratello Daniele fin da piccolo faceva le vacanze insieme al figlio del boss ed era «in passato sentimentalmente legato a Santina Senese, figlia di Michele». Sarebbe stato Daniele, prima di rompere i rapporti con la famiglia, a portare in dote ai Caroccia i rapporti con i Senese.

Il risultato è un articolato sistema di intestazioni fittizie, finalizzato a favorire le attività della mafia, che gira intorno al ristorante “Da Baffo”, capostipite della catena di famiglia. Era il 2015. Poi gli affari si sono allargati, coinvolgendo la gestione del locale “Da Baffo 2”. Le indagini si estendono anche a ulteriori società collegate allo stesso marchio, la Baffo 2 Fish srl, sempre con lo stesso obiettivo: schermare la reale titolarità e agevolare operazioni riconducibili all’autoriciclaggio.

«La famiglia Senese investiva le proprie notevoli (e ingiustificate) disponibilità finanziarie in attività economiche gestite da imprenditori ben conosciuti (Papa, Vestiti, Sorrentino, Caroccia, Mastrosanti o addirittura appartenenti latu sensu alla stessa cerchia familiare)», si legge negli atti. Caroccia si è sempre difeso, rinnegando la partecipazione del socio Vincenzo Senese: «…Non lo volevo lì per il cognome, insomma, eh, in zona si conosceva, quindi io non volevo che ’sta gente… io ho sempre lavorato, non mi andava che stessero lì dentro… per paura di ritorsioni… mi sono dovuto tenere il nipote…».

Nel luglio 2020 la Dda chiude “Affari di famiglia”, l’inchiesta sulla struttura economica dell’impero Senese tra riciclaggio, usura e intestazioni fittizie con cui il clan riproduce le rendite immense della droga. Mauro Caroccia è tra gli arrestati, ristoranti e società sono sequestrati, e a inizio 2022, lui viene condannato.

A febbraio 2023, però, i giudici di appello assolvono Michele Senese e fanno cadere per tutti gli imputati l’aggravante mafiosa. Ad aprile 2025 Caroccia “ricompare” sui social e annuncia l’apertura della “Bisteccheria d’Italia”, in via Tuscolana 452. Dove ha sede l’unità locale de Le 5 Forchette srl, società con un capitale di 10mila euro e la sede nel centro di Biella. Costituita lì il 16 dicembre 2024, ha come soci Chiorino (5%), Franceschini (5%), Zappalà (5%), l’impiegata Donatella Pelle (al 10%). Poi Delmastro al 25% e Miriam Caroccia con il restante 50%.

Delmastro con la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino

Delmastro con la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino 

Nel frattempo la Corte di Cassazione annulla le assoluzioni su “Affari di famiglia” e il 15 gennaio 2025 arriva l’appello bis, che conferma le condanne del primo grado. Un anno dopo, il 18 febbraio scorso, le sentenze diventano definitive. Nel frattempo, però, i soci di “Le 5 Forchette” cambiano: il 24 novembre Delmastro vende il suo 25% a una società di cui lui stesso è l’unico proprietario, la G&G Srl. E il 27 febbraio, a sua volta, la G&G del sottosegretario passa il 25% alla socia Pelle e il 5 marzo, meno di due settimane fa, i soci si liberano tutti insieme delle loro quote. E la beneficiaria è la giovane Caroccia, che a 20 anni diventa unica proprietaria.

Su questi rapporti e sullo strano movimento di quote, interpellati al telefono, i politici interessati scelgono di non rilasciare dichiarazioni. Solo Delmastro parla da Napoli, a margine della festa della polizia penitenziaria: «La mia storia antimafia è chiara ed evidente, così come le mie battaglie contro la mafia. Il mio livello di scorta certamente non nasce per altri motivi se non per la battaglia contro la mafia che stiamo facendo: questo parla per me».

E sui rapporti con i Caroccia, e sulla coincidenza temporale tra condanne definitive e uscita dalla società, Delmastro spiega che si tratta di «una società con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si scopre essere la figlia di… Per il rigore etico e morale che mi contraddistingue su questa battaglia, nel momento in cui si scopre, mi sono tolto dalla società. Non c’è nulla da dire».

Sulla stessa linea i compagni di partito in FdI, Elena Chiorino, Davide Zappalá e Cristiano Franceschini.«Abbiamo scelto, come già evidenziato dal sottosegretario Delmastro, di uscire immediatamente dalla società costituita un anno fa nel momento stesso in cui siamo venuti a conoscenza della posizione relativa al padre della giovane ex socia, che risulta tutt’ora incensurata.Una decisione non formalmente dovuta ma netta che nasce da un principio non negoziabile: il rispetto della legalità. Quando emergono elementi che pongono anche solo un dubbio sotto questo profilo, il dovere delle istituzioni è uno soltanto: agire con tempestività e trasparenza, prendendo immediatamente le distanze. Ed è quello che abbiamo fatto senza alcuna esitazione».

Intanto però la polemica politica è partita: «Se confermata, questa vicenda pone domande inquietanti – dichiara Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Pd – Il sottosegretario e i suoi soci sapevano con chi avevano a che fare? Era opportuno che Delmastro, già condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, avesse certe frequentazioni considerato il ruolo ricoperto? Si può ritenere che il sottosegretario svolga con la necessaria imparzialità il suo ruolo al ministero della giustizia? Vogliamo che a queste domande rispondano il ministro Carlo Nordio e la premier Giorgia Meloni, se trova un po’ di tempo fra una comparsata tv e una social».

I parlamentari del Movimento 5 Stelle in commissione Antimafia anticipano che presenteranno una richiesta «affinché la commissione d’inchiesta chieda tutti gli atti e faccia ogni approfondimento necessario».

E Marco Grimaldi (Avs) conclude: «Siamo rispettosi del lavoro che sta svolgendo la magistratura, quella a cui Fratelli d’Italia cerca di spuntare le armi, perché, se i fatti fossero confermati, sarebbero di una gravità inaudita. Nel mentre, la presidente del Consiglio non ha nulla da dire?».


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