deathcrash – Sommersaults | Indie For Bunnies
Che bel disco questo dei deathcrash. Fragilità e intimismo che incontrano una vera e propria potenza emozionale che ti spingerebbe a cantare a squarciagola ogni parola: poco importa se il tono ci sembra dimesso, è l’intensità emotiva che è altissima. È con questo spirito, con questa strana dicotomia, che il quartetto inglese affronta e parla con franchezza e mano sul cuore di quei dolori, quelle gioie e quelle dannate e scomode realtà e situazioni che caratterizzano la nostra vita.

Forse è questo quello che veramente ci dice questo album, non perdere la fiducia, non mollare mai, neanche quando ti accorgi che tutte le tue speranze e i tuoi sogni di quando eri un ragazzo stanno prendendo strane e inaspettate pieghe. Ci vuole quell’ottimismo e quella luce in fondo al buio che sembrava mancare nel precedente album della band, molto più sulfureo, pesante e oscuro. Ecco che è impossibile non sentirsi parte di qualcosa, fortemente uniti ed empatici, ascoltando questo disco che nel suo incedere morbido e avvolgente segue i dettami del migliore slowcore, senza però volersi chiudersi in sè stesso, ma anzi, cercando realmente di risvegliare quella vulnerabilità che tutti abbiamo e che, inevitabilmente, ci unisce. Vulnerabili quindi, ma nello stesso tempo consapevoli che questa nostra corazza così bucata e malmessa è anche l’unica che abbiamo e va gestita e, a modo nostro, accettata, magari rinforzata dalla nostalgia per il passato, che ci riporta certo lacrime e sorrisi, ma che ci deve scaldare il cuore per essere più pronti a gestire il presente.
Qugli arpeggi così avvolgenti e spesso minimali, quelle melodie vocali così toccanti e fragili che emergono in un brano come “CMC” come fanno a non coinvolgerci tutti? Qui a mio avviso siamo realmente di fronte a un disco veramente “emo”, per sensibilità, certo, ma anche per quel taglio tanto intimo quanto capace di farci esaltare, gonfi di euforia travolgente (vedi i cori di “Trimph” o l’esplosione sonica finale di “Stay Forever”). Non uso la parola “emo” a caso perché realmente ci sento dentro tanta Deep Elm in questo disco, la migliore Deep Elm o la migliore Polyvinyl (qualcuno ha detto American Football?), giusto per capirci e se non è super emo un brano come “The Thing You Did”, beh, ditemi voi cosa potrebbe esserlo.
L’album scorre in modo sublime, completamente coinvolgente e totalizzante nel suo sincero messaggio che ci spinge a renderci conto che siamo tutti sulla stessa barca. Si arriva così alla meraviglia di “Marie’s Last Dance” che chiude il disco e si viene quasi sopraffatti da qualcosa di mistico nei primi secondi, tipo “…Tu hai visto la luce…” e ci si predispone agli ultimi arpeggi, all’ultimo passo pacato e contenuto, consapevoli che, inevitabilmente, si ripartirà ancora da capo, perché di simili dischi non se ne può fare a meno.
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