Dall’Iva ai nuovi posti di lavoro: così Donald falsifica l’economia
Roma – Falsità, imprecisioni e sporadiche mezza verità. Come sempre, anche nel giorno della “liberazione nazionale” Donald Trump ha piegato la realtà, le leggi dell’economia e perfino la sua storia alla propria visione del mondo.
La distorsione che ci riguarda più direttamente è la “fregatura” che gli Stati Uniti subirebbero dall’Europa e dagli altri partner commerciali. A parte la considerazione che il benessere degli altri Paesi non è stato costruito “a spese” degli americani, ma che il libero commercio crea mutui benefici, molte delle pratiche sleali che il presidente imputa ai partner sono inesatte o inventate. Accusando il Canada di tassare al 300% le importazioni di latte e derivati, ha “dimenticato” di avere lui stesso negoziato un’ampia esenzione da dazi. Mentre la definizione dell’Iva europea come una tariffa omette di specificare che l’imposta si applica a tutti i prodotti venduti sul mercato unico, senza distinzione di provenienza.


Al centro di questa collezione di falsità, c’è una grande verità incarnata dagli operai metalmeccanici portati due giorni fa alla Casa Bianca: la globalizzazione selvaggia ha portato via dagli Stati Uniti e verso Oriente tanta manifattura, assestando un duro colpo al mito del colletto blu americano e aprendo la strada all’ascesa cinese.
Che le tariffe riportino indietro le fabbriche e creino posti di lavoro ci riporta però ai dubbi spacciati per certezze: gli economisti sono scettici, anche perché con i dazi del suo primo mandato non è successo. Come molto problematica appare l’idea che i proventi doganali possano sanare il problema del super debito americano, perché a pagare, dicono storia e teoria, saranno soprattutto gli americani in termini di inflazione e minore crescita. Non solo: durante il primo mandato di Trump, nonostante le tariffe, il deficit commerciale americano si è ancora allargato. La ragione profonda del disavanzo infatti è che nel complesso gli Stati Uniti spendono più di quanto guadagnino.


Insomma è difficile siano le tariffe a rendere “di nuovo ricchi” gli americani. A sostegno della tesi Trump ha riscritto anche la storia, dicendo che nel 1913 gli Stati Uniti commisero il madornale errore di abbassare i dazi e tassare i redditi, con il risultato di provocare la Grande depressione. In realtà l’imposta sul reddito fu creata per spostare il prelievo sui più ricchi, visto che i dazi sono tasse sui consumatori e colpiscono duro i più poveri. Un secolo dopo, colpiranno molti di quelli che hanno votato Trump.
Source link