Friuli Venezia Giulia

Dalla supremazia globale al perimetro occidentale: il nuovo realismo strategico di Washington

14.02.2026 – 17.45 – Premessa – In queste fredde giornate d’inverno, i media internazionali sostanzialmente non stanno fornendo notizie sui conflitti in atto e sull’evoluzione delle diverse crisi; eppure, diverse considerazioni meriterebbero di essere sviluppate con estrema attenzione. Il mondo sta davvero cambiando e non appare all’orizzonte un futuro decifrabile, facilmente comprensibile. Siamo in una sorta di nebulosa dai contorni decisamente grigi. Sembra profilarsi, nel breve-medio periodo, una nuova possibile divisione del mondo in aree di influenza, senza più un egemone certo. Alla luce di quanto sopra, cerchiamo di approfondire, in estrema sintesi, la strategia americana. Gli USA: cosa dicono a se stessi e cosa ci stanno dicendo – Se osserviamo attentamente il frontespizio del National Defense Strategy 2026, il documento del Dipartimento della Guerra diffuso dal Pentagono il 24 gennaio u.s., leggiamo testualmente: “Restaurare la pace attraverso la forza per una nuova Età dell’Oro dell’America”. In estrema sintesi, inoltre, senza timore di smentita, possiamo affermare che gli Stati Uniti non vogliono più recitare il ruolo di “gendarmi del mondo”, inviando in tal modo un chiaro messaggio sia agli alleati in Europa e in Asia, sia agli Imperi antagonisti. Tutto qui? Ci sembra davvero riduttivo, non credete?

L’amministrazione americana, nel documento in esame, rivendica il proprio ruolo di potenza egemone, Impero tra gli Imperi, libera di intervenire ovunque ritenga che i propri interessi vitali possano essere minacciati.
In altre parole, come recentemente sottolineato anche da Analisi Difesa, gli USA continueranno a investire ingenti risorse per mantenere l’attuale e reale supremazia militare e tecnologica, consapevoli della crescente avanzata di Cina, India e Russia, limitando tuttavia i propri interventi unicamente dove vi siano concreti interessi geo-strategici e geo-politici, diretti a rendere se stessi ancora più grandi. Ricordiamo tutti lo slogan MAGA: “Make America Great Again”. Inevitabilmente, gli Stati Uniti, perfettamente consapevoli che il mantenimento di tale oggettiva supremazia implica necessariamente costi notevoli, stanno chiedendo ai propri alleati di collaborare in misura decisamente diversa rispetto al passato. Come ho scritto più volte, tutto ciò in realtà non è una novità: da molti anni, infatti, le diverse amministrazioni americane, nessuna esclusa, hanno chiesto ripetutamente, ma di fatto inutilmente, ai propri alleati impegni decisamente diversi nel comparto della difesa. Ora, però, Washington non chiede più: pretende.

La coesione delle forze armate americane e l’allontanamento americano da molti organismi internazionali – In questo documento strategico entra prepotentemente una novità sostanziale, sintetizzabile nell’esame dell’aspetto psicologico delle forze armate e, contestualmente, nell’analisi del concetto di coesione e di appartenenza del “combattente a stelle e strisce”. Merita ricordare, come già scritto più volte, che nel documento in esame si legge testualmente: “Le precedenti amministrazioni hanno sperperato i nostri vantaggi militari e le vite, la buona volontà e le risorse del nostro popolo in grandiosi progetti e impegni autoreferenziali per sostenere astrazioni, come castelli in aria, quali l’ordine internazionale basato su regole. Questi leader del passato hanno trascurato e spesso attivamente minato l’ethos guerriero dei nostri combattenti e l’insostituibile ruolo centrale delle nostre forze armate: combattere, vincere e fare deterrenza per le guerre che realmente hanno a che fare con la nostra gente”. Perché queste espressioni, decisamente non usuali e non certo tipiche di una grande potenza? Ovviamente il tutto va contestualizzato e inserito nella gestione, non certo gloriosa, delle recenti campagne americane in Iraq e in Afghanistan.

In Iraq, in particolare, gli americani hanno dovuto subire uno shock culturale inaspettato, una “pesante lezione storico-pedagogica”. Erano convinti, cioè, che il giorno dopo la caduta del tiranno Saddam Hussein sarebbero stati accolti dalle popolazioni come liberatori, come salvatori, come portatori della democrazia e dei valori occidentali. Non solo ciò non è avvenuto, ma hanno dovuto constatare che la scelta di abbattere la brutale minoranza sunnita al potere non solo non aveva stabilizzato il Paese, ma aveva invece favorito la parte sciita irachena, già maggioritaria, consegnando di fatto una parte considerevole dell’Iraq all’influenza del “nemico” persiano. In Afghanistan è andata anche peggio: partiti sotto la spinta democratica di esportare la democrazia a Kabul contro la repressione talebana, dopo venti anni di guerra lacerante, nel 2021 l’amministrazione americana di turno ha deciso di chiudere velocemente questa pagina, ridando il potere agli stessi talebani. Ovviamente, le perdite americane nei due conflitti sono state decisamente ingenti, senza accennare minimamente agli immani costi sostenuti da Washington nel sostenere tali lunghi e logoranti conflitti in termini di armamenti, equipaggiamenti e sostegni logistici. Senza contare l’effetto boomerang, in termini di immagine internazionale e strategica degli USA, nei confronti degli Imperi concorrenti. In tale cornice, non possiamo dimenticare i precedenti coinvolgimenti americani in diverse aree di crisi sotto egida ONU, con i limiti e le severe regole di ingaggio imposte da queste tipologie di operazioni, spesso espressione di compromessi al ribasso inevitabili, con risultati finali spesso sterili, se non decisamente fallimentari.
A titolo di esempio, ricordiamo brevemente l’esito non certo brillante della missione in Somalia nel 1993, a cui hanno fatto seguito altri interventi, tra cui quello in Libia, che non solo non ha garantito ai libici democrazia e pace, ma sta ancora trascinando quelle popolazioni e quei territori nella totale anarchia, innaffiata da violenze, soprusi, combattimenti feroci tra milizie e sogni antichi di predominio ottomano. In tale contesto, tuttavia, questa recente presa di posizione statunitense contro diverse organizzazioni internazionali non rappresenta, in verità, una novità assoluta nella storia americana. Nel 1920, infatti, merita ricordare il rifiuto del Senato americano di ratificare il Trattato di Versailles, che includeva lo Statuto della Società delle Nazioni.
Attualmente Washington ha concretamente avviato il ritiro da 66 organizzazioni internazionali, di cui circa la metà legate proprio alle Nazioni Unite.

La strategia americana – Queste sono le basi, in estrema sintesi, delle ragioni di questo cambio di rotta. Non a caso si legge nella prefazione al documento:
“Il Dipartimento della Guerra non sarà più distratto oltre da interventismo, guerre senza fine, cambiamenti di regime e nation building. Viceversa, metteremo al primo posto gli interessi pratici e concreti del nostro popolo. Supporteremo una politica di pace reale attraverso la forza. Saremo la spada e lo scudo per dissuadere la guerra, con l’obiettivo della pace, ma pronti a combattere e vincere le guerre necessarie alla nazione se chiamati a ciò. Questo non significa isolazionismo. Al contrario, significa un approccio focalizzato e genuinamente strategico alle minacce che la nostra nazione fronteggia e a come gestirle al meglio. Questo approccio è basato su un realismo flessibile e pratico che guarda al mondo con sguardo limpido, il che è essenziale per servire gli interessi americani – e continua – noi difenderemo il territorio metropolitano e assicureremo che i nostri interessi nell’emisfero occidentale siano protetti. Eserciteremo deterrenza sulla Cina nella regione dell’Indo-Pacifico attraverso la forza, non il confronto. Incrementeremo la condivisione degli oneri con gli alleati e i partner attorno al mondo. E ricostruiremo la base industriale della difesa americana come parte del revival, unico nel secolo, dell’industria americana da parte del presidente”.

La dottrina Donroe – Un passo indietro per capire. In merito, Axios, la start-up ideata dai fondatori di Politico, tra le testate americane di maggiore successo degli ultimi dieci anni, ci informa che, mentre i predecessori di Trump hanno sempre cercato di prendere le distanze dalla Dottrina Monroe, istituita dagli Stati Uniti nel 1832 per combattere l’ingerenza europea nelle Americhe, questa amministrazione sta promuovendo una nuova versione di quell’antica dottrina allo scopo di “ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale”. Axios ci ricorda una vignetta politica a colori che mostra quattro uomini su un molo intenti a osservare due corazzate con la scritta “Dottrina Monroe”, bandiere americane e fumo, intitolata “Sia scritto affinché possa essere letto”. Un chiaro ammonimento alle potenze europee a non interferire negli affari dell’emisfero occidentale. Secondo Monroe, ci ricorda sempre Axios, le potenze europee erano obbligate a rispettare l’emisfero occidentale come sfera di interesse degli Stati Uniti. Il presidente Theodore Roosevelt ampliò questa dottrina all’inizio del XX secolo, dopo che i creditori europei di diversi Paesi latinoamericani, tra cui il Venezuela, minacciarono di intervenire armati per riscuotere i debiti. Roosevelt rafforzò il significato della dottrina nel Corollario Roosevelt del 1904, estendendolo all’invio degli Stati Uniti nei Paesi dell’emisfero occidentale. In merito, ricordiamo che i Marines furono inviati nella Repubblica Dominicana nello stesso anno, in Nicaragua nel 1911 e ad Haiti nel 1915, apparentemente per “tenere fuori gli europei”. In tale ambito si inserisce l’attuale strategia americana, in cui si esplicita il “Corollario Trump alla Dottrina Monroe”, che dichiara che gli Stati Uniti affermeranno la propria volontà politica, economica e militare in tutto l’emisfero occidentale. Tra le molte analisi su tale posizione strategica apparse in questi ultimi mesi nei maggiori think tank internazionali, e americani in particolare, desidero proporre alla vostra attenzione alcune riflessioni espresse recentemente da David Smith, professore associato di politica americana e politica estera presso lo United States Studies Center dell’Università di Sydney, perché forse rendono comprensibile l’imminente possibile strategia statunitense nelle Americhe.

Smith afferma, facendo riferimento alla recente operazione in Venezuela, che mentre molti nel mondo MAGA non gradiscono l’utilizzo dell’esercito statunitense per interventi all’estero, questa amministrazione Trump potrebbe tranquillamente riferire ai propri sostenitori che non si sarebbe trattato di un vero e proprio intervento all’estero, sia perché avvenuto nell’emisfero occidentale, sia perché questi Paesi, così vicini, possono rappresentare una minaccia diretta per gli Stati Uniti. Smith ha voluto anche affermare che l’amministrazione Trump si starebbe potenzialmente preparando a usare questa giustificazione per cercare di “annettere-acquisire de facto” la Groenlandia, sostenendo la tesi secondo la quale Copenaghen starebbe permettendo che l’isola di ghiaccio sia circondata dalle marine russa e cinese.
Secondo Jared O. Bell di Foreign Policy, queste affermazioni americane non appaiono realmente sorrette da chiare evidenze. Gli Stati Uniti, infatti, mantengono già una presenza militare e un ampio accesso alla Groenlandia grazie ad accordi di difesa esistenti con la Danimarca, e l’attività russa e cinese nell’Artico appare al momento concentrata su investimenti e ricerca, e non certo sulla conquista territoriale. Il professor Smith, inoltre, si spinge anche oltre, dichiarando che Cuba potrebbe divenire un altro possibile e potenziale bersaglio. Ricordando che Cuba, rappresentando anche per Trump uno dei pilastri della sua politica estera, un cambio di regime nell’isola caraibica potrebbe rappresentare per Washington la realizzazione di un obiettivo strategico agognato da tutte le amministrazioni, nessuna esclusa, da oltre sessanta anni. Non a caso, alcuni analisti americani hanno osato, seppur timidamente, affermare che l’operazione Caracas mirasse in realtà a destabilizzare Cuba. Un obiettivo ulteriore potrebbe essere rappresentato dalla Colombia, oggetto di recente attenzione da parte dei vertici dell’amministrazione statunitense per il suo noto coinvolgimento nei traffici internazionali di stupefacenti, cocaina in particolare.
In tale difficile contesto, non dobbiamo dimenticare neppure le pressioni americane sul Canale di Panama, solo apparentemente dimenticate. Il tutto, secondo Smith, potrebbe infine essere letto come parte della retorica secondo cui gli Stati Uniti erano una grande potenza ai tempi della Dottrina Monroe e del Corollario Roosevelt.

Conclusione – Senza timore di smentita, il messaggio principale che emerge dall’analisi del documento sulla Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti, reso pubblico dal Pentagono, come detto, a fine gennaio nella sua versione non classificata, appare estremamente chiaro: gli Stati Uniti concentreranno i propri sforzi principalmente nella difesa della propria Patria, riducendo progressivamente l’impegno diretto in altri teatri. Lo sguardo verso l’esterno ovviamente non viene meno, ma risulta circoscritto principalmente a un’area che coincide sostanzialmente con l’intero continente americano. Sul piano delle minacce, invece, l’avversario principale appare chiaramente rappresentato dalla Cina, considerata da tempo l’unico vero antagonista, con la quale gli Stati Uniti stanno effettivamente cercando di individuare una forma di convivenza, allo scopo, ovviamente, di evitare lo scontro.
La Russia rimane una minaccia “gestibile”, valutabile esclusivamente in relazione agli interessi americani, non venendo pertanto considerata da Washington, allo stato attuale, una reale e imminente minaccia per l’Europa. L’Europa, o meglio gli alleati europei, sarebbero ormai considerati da Washington in grado di assumere responsabilità primarie nella difesa convenzionale del proprio continente, con un supporto statunitense limitato alle sole situazioni definite “critiche”, tuttavia non meglio definite. Questo approccio sembra essere valido anche, ovviamente, per l’Ucraina, la cui difesa dovrebbe avvenire in futuro sotto la guida degli alleati europei della NATO. In sintesi, stiamo descrivendo un autentico ed epocale arretramento americano sia in Europa sia in Asia, con una possibile riduzione, nel breve-medio periodo, della presenza militare statunitense in questi due quadranti strategici.
Tuttavia, come ha recentemente affermato l’ambasciatore Carlo Trezza, la condizione essenziale è che questa transizione non avvenga in modo unilaterale, senza contropartite, e che un alleggerimento della presenza americana in Europa non si traduca in un “decoupling” transatlantico.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]




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