Dalla mezza bottiglia agli (inutili) formati giganti, ecco perché nel vino è importante anche il contenitore
Il vino non vive di sola etichetta ma anche, e soprattutto, del contenitore che lo ospita. Eppure nel mondo del vino si discute di tutto – territori, vitigni, lieviti, affinamenti, punteggi – quasi mai dei formati. Un errore, perché è proprio lì che spesso il vino vince o perde la sua partita con chi lo beve.
Bottiglie enormi che promettono grandi occasioni e poi finiscono dimenticate in un angolo del salotto, mezze bottiglie che sembrano una rinuncia e invece sono una conquista di civiltà e poi fiaschi, caraffe, lattine e perfino tetrapack: il formato del vino racconta molto più di quanto si pensi, su come lo produciamo, lo vendiamo e, soprattutto, lo consumiamo.
Non è sempre stato così. L’Europa, nel tempo, ha adottato misure standard che hanno poi influenzato il resto del mondo. Oggi la quasi totalità delle bottiglie prodotte e vendute è nel formato da 0,75 litri, ma nel corso dei secoli sono nati formati di ogni dimensione, per rispondere alle esigenze più diverse. Si va dal minuscolo “Benjamin” da 20 cl fino ai giganti monumentali come il “Goliath”da 27 litri, senza dimenticare il leggendario “Midas” da 30 litri, l’equivalente di quaranta bottiglie. Più che da stappare, da movimentare con un argano.
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