Liguria

Dalla Liguria alla Cisgiordania per dare “presenza protettiva” ai palestinesi, la storia di Vincenzo

Liguria. “Sono qua da circa tre settimane e ancora non riesco a credere a quello che sta succedendo da qualche mese a questa parte. A quello che succedendo ormai da decenni, in realtà. È tutto spaventoso, incredibile. È tutto più grande di me. Ma dovevo, dovevamo fare qualcosa. E per fortuna ci stiamo riuscendo”. Poche parole, ma che sintetizzano perfettamente l’esperienza che sta vivendo Vincenzo, giovane savonese partito “in missione” per la Palestina.

Qualche precisazione necessaria. Come si potrà capire proseguendo nella lettura di questo articolo, la situazione laggiù è piuttosto complicata. I rischi, per gli attivisti come Vincenzo, sono molto elevati. Se va bene, rischiano di essere arrestati e rimpatriati. Se va male, potrebbero trovarsi in mezzo ad una sparatoria ed essere colpiti. Perfino attività normali, come una telefonata, sono rese difficilissime. In accoglimento di una sua precisa richiesta, dunque, abbiamo deciso di utilizzare un nome di fantasia e omettere alcuni dettagli che potrebbero renderlo identificabile. Almeno finché non sarà tornato a casa e quindi al sicuro.

La lunga e tecnicamente complicata telefonata (il segnale internet non è sempre disponibile) che abbiamo con lui inizia con la più ovvie delle domande: perché sei partito? La risposta è altrettanto ovvia, ma non meno importante: “Non ne potevo più vedere, in tv e sui social network, quello che sta succedendo qui senza fare qualcosa – ci spiega – Continuavo a chiedermi: ‘Cosa posso fare per cambiare le cose?’. In Italia più che protestare in piazza non si poteva fare. Una volta sono andato ad una manifestazione, ma sentivo che non serve a niente. O meglio: una grande movimentazione di persone dovrebbe spingere i governi a prendere un certo indirizzo, ma l’indirizzo che ha preso il Governo italiano è stato ‘bloccare’ tutte le informazioni provenienti dai territori palestinesi occupati, facendo filtrare solo una narrazione, che è quella israeliana. In televisione non si vedeva più nulla, ma tramite Instagram ho visto che le violenze non solo non si sono placate ma sono anche aumentate”.

Ma perché proprio in quell’area del mondo? La risposta: “Il nostro governo potrebbe fare qualcosa rispetto a questo conflitto, ad esempio interrompere i rapporti commerciali con Israele o non fornire più materiali dual-use o armi. Ma non lo fa, anzi. Non sanzionare Israele significa essere politicamente complice di ciò che accade qui. Dai territori palestinesi occupati, dai grossi insediamenti con migliaia di coloni, partono merci per tutto il mondo, Italia compresa. Perché il Governo italiano non ha sospeso gli acquisti di determinati prodotti o sanzionato le aziende che esportano dai territori occupati verso il nostro Paese. Così facendo si avvalla e si alimenta questo sistema”.

Da qui la volontà di fare qualcosa. Un incontro fortuito, poi, ha creato l’occasione: “Tramite conoscenze comuni ho conosciuto una ragazza che ha lavorato per anni in Israele. Tornata in Italia, ha promosso un incontro pubblico per spiegare al pubblico cosa stava succedendo. L’ho contattata chiedendo se, secondo lei, fosse possibile andare nei territori palestinesi occupati e fare qualcosa per aiutare le popolazioni di laggiù. Lei mi ha spiegato i possibili rischi, affinché fossi consapevole di ciò a cui potevo andare incontro. Io ci ho pensato qualche giorno e poi ho deciso di partire. Dopo una video-call con i responsabili di una delle associazioni che operano in questi territori, ho preso un volo, sono atterrato in Giordania e sono entrato in West Bank”.

Servizio Israele

Incendi appiccati nella zona di Hebron

Cos’è la “protective presence”

L’attività della “missione” di Vincenzo è molto concreta e diversa da quella che si potrebbe immaginare. Non soccorso sanitario ai feriti o ai malati, non supporto logistico alla macchina globale degli aiuti, ma quella che in gergo si chiama protective presence. Vincenzo ci spiega in cosa consiste, offrendo anche uno spaccato della situazione che vivono i centri minori: “Vicino ai piccoli villaggi spesso si creano degli avamposti (per lo più illegali, anche per lo stesso Stato di Israele) composti da ‘coloni’ israeliani. Si tratta spesso di roulotte o tende che, dalla cima di una collina, controllano le case dei palestinesi”.

Servizio Israele

Uno degli avamposti: una semplice tenda in cima ad una collina

“Il Governo israeliano ha creato, all’interno del Ministero della difesa, un ‘sottoministero’ che fornisce protezione ai coloni. E lo fa armando e dotando di mezzi quei coloni che hanno servito nell’Idf e rendendoli i responsabili della protezione di uno specifico insediamento. Altri coloni, invece, sono nell’Idf in qualità di riservisti. Ovviamente non tutti i coloni sono o sono stati soldati, ma una certa parte sì”.

“Spesso capita che i coloni attacchino di notte i villaggi dei palestinesi, bruciando case, auto, malmenando e, nei casi peggiori, uccidendo gli abitanti. Il nostro compito è quello di fare da ‘scudi umani’. Ci frapponiamo tra i palestinesi e gli israeliani per bloccare o evitare le violenze o, se questo è impossibile, fare in modo di essere noi quelli colpiti. Oppure, chi non se la sente, documenta tramite foto e video quanto accade per poi inviare il materiale alle autorità chiamate a giudicare. Per precauzione mi sono portato dietro un kit di primo soccorso per il cosiddetto ‘trauma maggiore’. Per fortuna finora non è servito. Ma almeno sono preparato a tutto”.

Servizio Israele

Un’attivista israeliana di 18 anni si posiziona davanti a un altro attivista più anziano, offrendo la propria presenza come forma di tutela non violenta

Un’attività rischiosa ma che secondo Vincenzo “funziona. Abbiamo notato che se ci siamo noi gli israeliani non attaccano. O attaccano noi. Comunque, in nostra presenza non attaccherebbero come attaccherebbero se ci fossero solo i palestinesi. Ma come andiamo via, gli israeliani arrivano e distruggono tutto. E questo accade soprattutto il sabato: è il loro modo di ‘festeggiare’ lo shabbat evidentemente. In un caso, grazie alla nostra presenza un villaggio è rimasto tranquillo per due settimane. Non appena siamo andati via, dozzine di coloni sono scesi dalla collina e hanno picchiato i palestinesi. Erano armati di fucili d’assalto, perché si trattava di soldati dell’Idf (Forze di Difesa di Israele) che vivono negli avamposti. In quel caso sei persone sono finite in ospedale. Hanno anche sparato ad un ragazzo di 19 anni e poi, nonostante fosse già a terra, lo hanno malmenato. Abbiamo chiamato i soccorsi, che sono arrivati con parecchio tempo di ritardo perché non sono stati fatti passare. Il ragazzo è poi deceduto in ospedale”.

Servizio Israele

Al centro della foto un villaggio beduino e, in cima alla collina, un avamposto

La presenza non è soltanto quella “protettiva” fornita dagli attivisti, ma anche una presenza figurata, che mira a evidenziare che chi abita certe zone è intenzionato a restarci nonostante tutto: “In un villaggio – racconta ancora Vincenzo – è rimasta un’unica casa beduina integra. Non ci vive nessuno. Tutte le famiglie soni state evacuate dopo che 70 coloni sono scesi dalla collina e hanno incendiato tutto. Abbiamo montato il filo spinato e delle paratie in ferro lungo la recinzione della casa. Perché fortificare un posto già evacuato e semi distrutto? Per comunicare ai coloni ‘questa è casa nostra, non ce ne andremo, ricostruiremo’. Inoltre, ogni giorno i coloni bloccano con macerie l’unico passaggio che porta alla casa (il più delle volte durante la notte). Ogni volta attivisti e palestinesi rimuovono i blocchi stradali”.

Servizio Israele

Le maceria che bloccano il passaggio

Ecco alcuni esempi di questa situazione:

“I soldati hanno arrestato due persone a caso”

“Giorni fa il colono di un avamposto (formato da lui, moglie e figlio, quindi anche chiamarlo avamposto è generoso) vestito come un soldato si è presentato nella zona dove due ragazzi palestinesi stavano facendo pascolare le loro pecore. Il terreno era il loro, ma lui voleva si allontanassero da lì. Loro ovviamente si sono rifiutati, così per tutta risposta il colono (essendo solo) ha chiesto l’intervento dei suoi colleghi dell’Idf. I due pastori si sono subito allontanati per paura. Quando i soldati sono arrivati, non trovando i due pastori, i soldati hanno arrestato altre due persone ‘a caso’. Li hanno bendati, ammanettati con fascette e portati via”.

Generico febbraio 2026

Due persone fermate da un soldato Idf

“La polizia perquisisce le vittime e non gli aggressori”

“La prima sera dopo il mio arrivo, un gruppo di coloni ha raggiunto un villaggio. Sono arrivati con il buio, a piedi e senza luci. Pensavamo fossero altri attivisti. Quando un altro attivista si è avvicinato, i coloni lo hanno spruzzato con lo spray urticante. Abbiamo chiamato la polizia, che è arrivata ore dopo con l’esercito. E alla fine hanno perquisito noi e la casa in cui eravamo ospitati. Alla fine, non avendo trovato nulla, sono andati via senza nemmeno controllare i coloni, che era la richiesta che avevamo avanzato al momento della chiamata”.

Servizio Israele

I resti del villaggio beduino di Mukhmas

“Terrorizzano gli abitanti di un villaggio per sfogare la rabbia”

Una notte nei pressi della casa in cui eravamo è arrivato un mezzo, una sorta di quad chiuso (fornito dal Governo israeliano). Siamo usciti di corsa e ci siamo trovati davanti un gruppo di persone incappucciati, tutti con le mani in tasca. Era chiaro: avevano lo spray urticante e volevano provocare. Noi, consapevoli del problema, ci eravamo dotati di maschera antigas, quindi siamo andati contro i coloni. Si sono resi conto che non avrebbero potuto attaccarci, quindi dopo aver girato attorno alle case per un po’ sono andati via. Dopo mezz’ora, dal vicino villaggio abbiamo sentito arrivare colpi di arma da fuoco e le urla della gente. Visto che non erano riusciti ad aggredirci e a distruggere quello che volevano distruggere, avevano ripiegato andando al villaggio a terrorizzare gli abitanti”.

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Ancora la zona di Hebron

La call to action di Vincenzo

Tre episodi, che fanno capire molto bene cosa abbia spinto Vincenzo a partire e cosa lo spinga a restare ancora lì per “fare la sua parte”. Ma serve l’aiuto di tutti: “Che cosa possiamo fare in concreto? Venire qui e fare presenza protettiva. Si può fare, è legale. Ed è importante farlo. Purtroppo, noi attivisti siamo pochissimi. Per ogni villaggio da proteggere, dovrebbero ruotare su turni di 24 ore almeno dieci persone, ma spesso non ce la facciamo. A volte siamo solo in due, altre volte siamo costretti a lasciare alcuni centri scoperti”.

La protective presence viene attuata da volontari provenienti da tutto il mondo, coordinata da realtà e organizzazioni che, a volte, sono anche israeliane: “Tanti volontari vengono da Gerusalemme o Tel Aviv o altre città israeliane. Sono israeliani ed ebrei che rispettano i diritti umani e vogliono fare qualcosa per cambiare la situazione dei palestinesi. Vogliono che il diritto internazionale sia rispettato. Sono la minoranza, chiaramente, ma qualcuno c’è. E accettano volontari da tutto il mondo. Con me, ad esempio, c’era una canadese e una coppia di anziane signore dagli Usa. C’è gente da tutto il mondo, insomma, ma non a sufficienza perché non tutti sanno di questa possibilità”.

Un’esperienza fondamentale per garantire i diritti delle popolazioni ma, come specifica Vincenzo, che “non è per tutti. Bisogna essere consapevoli dei rischi: si potrebbe essere malmenati, potrebbero spararti o si potrebbe essere arrestati e riportati in Italia. Ma quello che facciamo è troppo importante”.




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