«Dalla Formula 1 a Sinner: il segreto è allenare il cervello come il resto del corpo»
Si entra e subito colpisce una grande foto all’ingresso: su una spiaggia australiana corrono affiancati Ayrton Senna, Pierluigi Martini, Riccardo Ceccarelli e Maurício Gugelmin. Uno scatto che arriva da un’altra era: siamo nel 1989, Jannik Sinner nascerà 12 anni dopo, a Senna restano cinque anni di vita, prima di quel maledetto 1° maggio a Imola. Un’immagine che dichiara qual è il punto di partenza del luogo in cui siamo, indicato, del resto, dal nome stesso: Formula Medicine – sulle orme di Formula 1 – la società creata da Riccardo Ceccarelli, medico di grandi piloti (da Ivan Capelli a Michele Alboreto, da Charles Leclerc a Fernando Alonso) e, dalla fine del 2019, mental coach del campione di tennis più amato dai tifosi (Sinner ha vinto a dicembre l’ “Atp fans favourite Awards”).
Siamo a Viareggio dove è nato Ceccarelli, classe 1960, medico specializzato in Medicina dello Sport. Si è inventato il Mental Economy Training ormai 30 anni fa, e lo ha affinato nel corso del tempo, tanto che si rivolgono a lui – oltre che protagonisti sportivi, dallo sci al nuoto, dalla scherma al golf – anche aziende, banche, società farmaceutiche. Tutti con lo stesso obiettivo: migliorare il proprio rendimento liberandosi di ansia e tensioni. Durante l’adolescenza Ceccarelli ha provato un po’ tutti gli sport («il che poi mi è tornato utile», dice, «perché ne capisco il linguaggio») ma il sogno era l’automobilismo, un percorso tentato senza successo. Salvo che… durante gli anni di università a Pisa frequentò un corso a Vallelunga lanciato dalla federazione italiana in cerca di giovani talenti da portare al professionismo. Il suo compagno di stanza era Ivan Capelli, con cui nacque una bella amicizia e che di lì a qualche anno sarebbe approdato in Formula 1 chiedendogli di seguirlo dal punto di vista medico. «Imola 1989 fu il mio primo Gran Premio», racconta Ceccarelli. «Mi resi conto ben presto che non c’era una cultura sportiva, esisteva solo la componente tecnica, focalizzata sulla macchina: mancava l’elemento umano, la sfera del pilota, il suo allenamento. Non c’erano degli studi, nessuno sapeva che sforzo psico-fisico richiedesse correre in Formula 1». Cominciò così la raccolta dati. Già, ma che tipo di dati? «I battiti cardiaci. Ricordo ancora quando, senza chiedere il permesso a nessuno, misi il primo cardiofrequenzimetro a Capelli: una patacca enorme sulle cinture di sicurezza a Hockenheim, in Germania. Lo applicai la domenica, subito prima della gara, senza provarlo nelle libere. Oggi sarebbe impensabile. Dal primo grafico veniva fuori una media di 173 battiti per due ore: è tanto, per un atleta che sta seduto».
Fu l’inizio di tutto, di lì nacque – con l’obiettivo di riempire quel vuoto culturale – Formula Medicine, che presto si dotò degli strumenti di misurazione e di lettura dei dati costruendo hardware, software, applicazioni. «Per anni ho monitorato tanti piloti in pista, a una trentina di loro abbiamo preso i parametri corporei durante la guida, abbiamo fatto prelievi del sangue subito prima della gara e subito dopo per capire l’andamento di sali minerali, glicemia, cortisolo. E questo mi è servito per sviluppare sistemi di allenamento specifici». Da allora sono cambiate molte cose, la società di Ceccarelli si è messa al passo con i tempi creando una strumentazione ignifuga oggi adottata dalla federazione internazionale e, soprattutto, ha definito un metodo di training che ha poi attratto tanti campioni. Ma in che cosa consiste, esattamente, la palestra mentale? «Noi dobbiamo pensare al cervello come a un muscolo», premette. «Quando un atleta si allena – dopo aver testato le sue condizioni e individuato quel che gli serve –, tutto procede per il meglio fino a che non compare un qualsiasi problema, uno strappo o altro: a quel punto si entra nel quadrante della patologia, si chiama il riabilitatore che agisce finché non si torna nel quadrante della fisiologia, quando l’atleta è ormai guarito (momento in cui torna in gioco il preparatore atletico). Bene, la parte mentale è sempre stata considerata come se esistesse solo l’aspetto patologico. Chi ha bisogno dello psicologo? Chi è colto dall’ansia, dagli attacchi di panico o non ha sufficiente self confidence… Gli studi condotti monitorando i piloti hanno dimostrato il contrario: alcuni riuscivano a guidare per tutta la gara al limite, altri non ce la facevano. E non ce la facevano perché consumavano tante energie mentali. Per questo il Met (Mental Economy Training) che abbiamo inventato qui lavora anche nel quadrante della fisiologia». Il presupposto, sostiene Ceccarelli, è che in tempi in cui una partita di tennis può decidersi su una o due palle (vi dice qualcosa la finale del Roland Garros?), così come un mondiale di Formula 1 può sfuggire per due punti (lo sa bene Verstappen), la gestione delle risorse mentali spesso fa la differenza.
Tutto chiaro. Ma come funziona, in concreto? Cosa fanno Sinner (che ha riconosciuto i progressi importanti compiuti con Ceccarelli nell’intervista al Sole 24 Ore dello scorso agosto a New York) e gli altri per mantenere freddezza e controllo? «Abbiamo ideato esercizi che ti portano al limite, fuori dalla tua comfort zone: sono test davanti a uno schermo in cui si è messi alla prova su automatismi, elaborazione cognitiva, memoria, dual task. A volte li facciamo in gruppo, creando la competizione», spiega Ceccarelli. «Mentre il test è in corso si misura, attraverso una fascia frontale e un cardiofrequenzimetro, quanto si attiva il cervello e quanto il battito cardiaco e poi, finito l’esercizio, si verifica se c’è stato un consumo di energie eccessivo: il superfluo da eliminare». Il punto è lavorare sulla consapevolezza di una possibile fragilità o dispendio mentale: «Se lei fa una maratona, non corre certo con lo zaino pieno di sassi. Il fatto è che del peso sulla schiena si accorge, mentre quello che c’è nella testa spesso non lo si riconosce: a volte se ne ha la percezione ma non si sa come liberarsene. I test e i grafici che ne conseguono servono a disporre di dati oggettivi: si parte da lì per ridurre il superfluo». Che è quello che pregiudica il rendimento perché comporta stanchezza, scarsa lucidità, pensieri negativi.
«Il punto non è pensare di non fare mai un errore, ma di farne meno degli altri», commenta il medico, che nello scorso luglio era nel box di Sinner a Wimbledon dove l’italiano trionfò con Alcaraz (il duopolio è conclamato, sancito clamorosamente dai punti Atp, e anche dalle esibizioni, come dimostra il match di ieri a Seul). Andò in soccorso di Jannik dopo la sconfitta bruciante di Parigi? «Quando iniziammo con lui gli dicemmo: “l’obiettivo è fare in modo che, se veniamo a un torneo, è perché ci dai i biglietti gratis, non perché hai bisogno di noi”. Non vogliamo generare dipendenza tra noi e l’atleta, altrimenti creiamo un debole. Il nostro obiettivo è che ciascuno sia leader di sé stesso. Sono andato a Wimbledon perché c’era il gran premio di Silverstone, ero di passaggio, non c’erano il preparatore e il fisioterapista (Marco Panichi e Ulises Badio licenziati su due piedi e non sostituiti, ndr) e ho dato un contributo di serenità, la mia prima volta in uno Slam. Ma Jannik sa benissimo che allenamento mentale deve fare, con il suo home kit. Potrebbe spiegarlo lui a me!», scherza Ceccarelli. Che poi descrive quello che lui chiama “ecosistema Sinner” come un ambiente affiatato, in cui tutti sono perfettamente sintonizzati in funzione del tennista e sanno come porsi. A Viareggio lavorano 15 persone tra psicologi, preparatori atletici, medici e segreteria, «fuori di qui ci sono 95-100 professionisti che viaggiano per noi, fanno assistenza in pista, sono dislocati a Bordighera al Piatti tennis center (Sinner era lì quando cominciò, ndr) o a Milano». Durante i test del Mental Economy Training c’è sempre uno psicologo accanto all’atleta, il quale deve «metterci il suo 50%, essere onesto con sé stesso, analizzarsi e lavorare su di sé. Va via di qui con idee e nozioni che non aveva e che deve usare al meglio».
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